12.1.07

Il ciclo di Antoine Doinel nell'opera cinematografica di Francois Truffaut

[pellicole -10]
(a mio fratello Luca e al mio caro amico Rosario Cuzzocrea)
Fra i tanti possibili modi di accostarsi all’opera del grandissimo cineasta francese Francois Truffaut, scegliere di parlare del ciclo di Antoine Doinel, potrebbe sembrare a prima vista la cosa più scontata. Ma per chi come me ha da sempre amato l’estro e il genio del regista d’oltralpe non è così. Anzi francamente ci sono ragioni profonde e sofferte che mi stanno inducendo a tentare di parlare di questo aspetto del cinema di Truffaut, che esulano anche dalla dimensione di un articolo sul cinema e che per la cui comprensione forse dovrei ricorrere ad uno psicoterapeuta. Ma al di la forse di questa “vicinanza biografica”, o meglio oltre questa identificazione con Antoine Doinel, meccanismo credo piuttosto normale in chi ha vissuto una vita diciamo non lineare, ciò che mi ha da sempre bloccato nello scrivere su Truffaut è stato un certo senso di rispetto per una figura così grande della storia del cinema, misto a un senso di pudore (per le numerose cazzate che si potrebbero dire!). Ma cos’è questo ciclo dunque? Il ciclo di Antoine Doinel sono cinque film di Truffaut dislocati durante tutta la sua carriera che parlano dello stesso personaggio (appunto Antoine Doinel), interpretato dallo stesso attore (Jean Pierre Leaud) in diverse epoche della sua stessa vita. In pratica “I 400 colpi”, l’episodio di Antoine e Colette ne “L’amore a vent’anni”,Baci rubati”, “Non drammatizziamo …è solo questione di corna” e “L’amore fugge” parlano dello stesso protagonista interpretato dallo stesso attore in un arco temporale di diversi anni. Caso unico nella storia del cinema. Ne “I 400 colpi”, Antoine Doinel, è un bambino fragile ed incompreso che vive con la madre e il padre acquisito in un angusto appartamento di un quartiere popolare di Parigi, dove dorme in un letto ricavato in uno stretto corridoio sulla soglia della porta, all’interno di un clima familiare pesante e difficile. Infatti Antoine è nato da un rapporto precedente prima che la madre si risposasse nuovamente ed il padre adottivo non pensa che alle auto da corsa e non fa altro che squalificarlo ricordandogli la sua generosità, che consiste nell'averlo riconosciuto come figlio suo, mentre la madre è coinvolta in continue relazioni extraconiugali. L’indifferenza e la carenza affettiva dei genitori verso Antoine lo spingono a silenziosi gesti di rivolta: marinare la scuola, mentire agli insegnanti, rubare i soldi della spesa. Tutti gesti rivelatori del bisogno di comprensione del ragazzino, ma anche dell'esigenza di vivere diversamente la propria esistenza. Nessuno lo comprende, tranne l'amico e compagno di scuola René che lo accompagna nelle sue avventure per le strade di Parigi. Dopo aver scoperto per la strada la madre baciare uno sconosciuto, il comportamento di Antoine peggiora: per giustificare l'ennesima assenza a scuola si inventa la morte della madre. Umiliato da alcuni insegnanti davanti a tutti, fugge da casa e si rifugia nella stamperia dello zio di Renè, vagando poi di notte per le strade di Parigi. Rientrato a scuola, viene perdonato dalla madre che gli promette un regalo se prenderà un bel voto a scuola. Antoine allora svolge un tema a casa copiando una pagina da Balzac che descrive la morte del nonno. Il professore lo accusa di plagio e lo punisce per l'ennesima volta. Deluso e disperato cerca di fuggire insieme a Renè, con cui decide di rubare una macchina da scrivere nell'ufficio del padre, ma viene colto sul fatto dal custode. Il padre lo denuncia al commissariato di polizia e così il ragazzino passa una notte in cella assieme a delle prostitute, in attesa del riformatorio. Durante una partita di pallone, Antoine fugge dal carcere minorile e raggiunge, mediante una lunga e inarrestabile corsa il mare, simbolo di speranza e di libertà. Inizia a correre a perdi fiato lungo la spiaggia, in uno dei finali più commoventi della storia del cinema. Infatti Antoine percorre la spiaggia, accarezza l'acqua con i piedi e indietreggia, come se quel luogo evocato per molte volte durante tutto il film, un luogo sognato e tanto desiderato alla fine non regalasse né sollievo né riscatto. Il suo ritorno alla costrizione è dipinto su pellicola nel fermo immagine che conclude il film in una “sorta” di non - conclusione, che ci regala in primo piano il volto di Antoine, rivelatore dell'inquietudine di vivere e di un disequilibrio interiore. In francese fare i "quattrocento colpi", fare il diavolo a quattro, significa sovvertire l'ordine prestabilito, lo status quo. I 400 colpi sono sia una rivolta del suo personaggio, il piccolo Doinel, nei confronti delle istituzioni fondanti della società civile: la famiglia, la scuola, il riformatorio, la polizia, organismi ottusi e sterili, incapaci di sostenere un bambino nel suo percorso di crescita e di donargli il necessario affetto e la dovuta attenzione, che anche una rivolta e una presa di posizione contro un certo tipo di cinema allora imperante. Lo stesso sentimento di insoddisfazione lo troviamo nell’episodio “Antoine e Colette” del film collettivo “L’amore a vent’anni”: Antoine è cresciuto, lavora e vive da solo. Ad un concerto si innamora di una ragazza, appunto Colette. Antoine è romantico e sognatore quindi fa di tutto per conoscerla, ma non è capace di cogliere i sottili messaggi che Colette gli manda, gli incoraggiamenti che lei gli offre. Quando dichiarerà il suo amore sarà troppo tardi. In pratica Truffaut mette in scena in maniera realistica la cultura giovanile di quegli anni (inizio anni sessanta). Parigi funge da sfondo ideale per la cornice di questo episodio. La ricerca dell’amore per Antoine diventa una necessità dato che ha scelto di vivere la vita in maniera intensa. Al sentimento dell’amore ha attribuito un valore assoluto che traspare in ogni sua azione e nei dialoghi col vecchio amico René, e forse è proprio questo anelito verso l’assoluto che faranno di lui un perenne insoddisfatto. Dunque in questo episodio troviamo Antoine Doinel alle prese col passaggio dall’adolescenza all’età adulta e di conseguenza con la scoperta dell’amore. A testimonianza dell’autobiografismo nel ciclo Doinel riporto un breve stralcio tratto da una delle numerose biografie su Truffaut presenti in rete: “A scuola è svogliato e insofferente, spesso salta le lezioni, magari per infilarsi in una biblioteca o in un cinema, dove assapora l'emozione clandestina di partecipare a un rito adulto. I cinema li frequenta per lo più di nascosto: la mattina, quando in casa lo mandano a prendere il giornale, consulta febbrilmente per strada l'elenco dei film in programmazione e legge le critiche. Ha fretta di crescere: il mondo degli adulti gli appare come un mondo di impunità, dove tutto è lecito. E nella Francia dell'occupazione e del mercato nero si cresce in fretta: furtarelli, piccole truffe, ogni tanto una fuga da casa ... a quattordici anni gli permettono di lasciare la scuola e di impiegarsi come magazziniere in una ditta di granaglie. Dopo pochi mesi però il giovane Truffaut si licenzia, senza dirlo ai genitori, e investe la liquidazione nell'apertura del "Circolo cine - mania", un cineclub che funziona la domenica mattina. Alla maggiore età, Truffaut non è troppo scontento della piega che ha preso la sua vita: impiegato presso la rivista "Elle", abita da solo in una minuscola stanza in affitto e dispone di tanto tempo libero per andare alla Cinematica. Ed è appunto nella sala di via Messina a Parigi, tra un classico e l'altro, che François prende una cotta per una ragazza più grande di lui. Trasloca, si installa in un appartamento di fronte al suo, ne frequenta i genitori e lei finisce per considerarlo un seccatore: insomma, la trama di "L'amore a vent'anni". Per dimenticare la delusione amorosa, parte volontario per il servizio militare”.
E la saga riparte proprio da qua. Infatti, in “Baci rubati”, Antoine Doinel è stato riformato dall’esercito per instabilità di carattere. Si reca a casa della sua vecchia amica Christine Darbon dove i genitori della ragazza lo accolgono volentieri mentre Christine lo tratta con distacco. Il padre di Christine gli procura un lavoro come portiere di notte di un hotel. Antoine è entusiasta perché durante le lunghe ore notturne può leggere. Perde però il posto perché lascia entrare un investigatore privato che sorprende una coppia clandestina in una stanza dell'albergo. È lo stesso investigatore però che lo fa assumere nella sua agenzia. Antoine si dedica così a maldestri pedinamenti. Nel frattempo si innamora della moglie di un facoltoso proprietario di un negozio di scarpe, la prosperosa signora Tabard, che in realtà avrebbe dovuto pedinare. Perso anche questo lavoro, viene assunto da una ditta come riparatore di televisori. Un giorno riceve una chiamata dalla casa di Christine: approfittando dell'assenza dei genitori, la ragazza ha manomesso il televisore per poter così chiamare Antoine. A questo punto scocca la scintilla fra i due. “Baci rubati” oltre che un film del ciclo Doinel, delicato pieno di umorismo e trovate esilaranti è anche un omaggio ad Henry Langloise che proprio durante il 1968 veniva rimosso dalla dirigenza della Cinemateca francese per motivi politici. Infatti le inquadrature iniziali del film in cui si vede per l’appunto la sede della Cinemateca francese chiusa e l’attivismo politico di Cristhine sono un chiaro omaggio ai moti parigini di quegli anni. Questo film, insieme a pochi altri film di Troisi, Kubrick e Fellini, ha un non so che di magico, l’ho visto tantissime volte ed ogni volta che lo rivedo mi rapisce per la sua delicata leggerezza, per la circolarità della trama e per la bellezza della colonna sonora. Il ciclo continua nel 1970 con “Non drammatizziamo … è solo questione di corna!”, bruttissima italianizzazione di “Domicil conjugal”, in cui Antoine e Christine Doinel due giovani coniugi, in attesa della nascita del primo bambino, vivono un'esistenza modesta ma tranquilla: lei dando lezioni di violino, lui preparando le colorazioni artificiali di fiori destinati a una vicina edicola. Cercando di integrarsi nell'ingranaggio del progresso sociale ed economico, Antoine ottiene un impiego presso un'industria di modellini di navi e Christine, nel frattempo, porta a termine la maternità e dà alla luce un bambino che vorrebbe chiamare Ghislain ma che il marito all'anagrafe chiama Alphonse. La vita per i due coniugi subisce alcuni mutamenti: la donna si concentra maggiormente nei suoi compiti di madre e l'uomo, un poco trascurato, si lascia sorprendere dal fascino esotico di Kyoko, moglie di un cliente dell’industria dove lavora, della quale diviene l'amante. Per un incidente banale, Christine scopre la tresca di Antoine e lo attacca violentemente, costringendolo a trasferirsi in un hotel. Ma gli incontri con Kyoko hanno un poco alla volta perduto il fascino iniziale e hanno ridestato in Antoine prepotentemente l'immagine della dolce Christine che, a sua volta, per quanto amareggiata non ha cessato di amare il marito. Superate le ultime esitazioni, Antoine e Christine finiscono col riappacificarsi e riprendono la loro esistenza in comune. Un anno dopo sono di nuovo insieme. In buona sostanza Antoine sta diventando adulto ma rimane adolescente con la sua incapacità di integrarsi nella società e di adattarsi alla vita quotidiana. Dietro la sua apparente semplicità cova una certa vena di malinconia. Fra le numerose domande che ci pone Truffaut e che mi rendono perciò caro questo film c’è una domanda relativa alla transizione dal mondo adolescenziale a quello adulto: in fondo chi non si sente ancora un adolescente pur essendo un adulto?
E la saga continua con l’ultimo atto che ne è anche la summa: “L’amore fugge”.
Antoine Doinel ha superato la trentina e lavora come correttore di bozze in una casa editrice. È innamorato di Sabine, una commessa di un negozio di dischi, e sta per divorziare da Christine. In tribunale, il giorno dell'udienza per il divorzio, Antoine incontra Colette (conosciuta ne “L' Amore a vent’anni”), diventata avvocato che ha una relazione con Xavier, fratello di Sabine. Antoine e Colette si rincontrano alla stazione dove Antoine ha accompagnato il figlio Alphonse. Sabine, però, stanca delle continue assenze di Antoine, lo abbandona. Christine e Colette intanto si incontrano per cercare di far rimettere insieme Antoine e Sabine. L’amore fugge è un’esperienza unica nella storia del cinema. Jean-Pierre Léaud che ha recitato in numerosi film di Truffaut ma soprattutto in tutto il ciclo Doinel: a tredici anni e mezzo, diciannove, ventotto, nel 1979, anno di uscita de “L’amore fugge” ne ha trentatrè. “L’amore fugge” è avvincente, un film mozzafiato, sperimentale e compiuto al contempo, costruito con flash back degli altri film del ciclo Doinel, in cui per la prima volta nella storia del cinema si vede realmente il passato dei personaggi filmati, si vede realmente invecchiare gli attori. Metamorfosi in diretta. Antoine Doinel è il primo personaggio autobiografico dichiarato, in cui confluiscono nel corso degli episodi da una parte esperienze personali, dall’altra spunti di fatti di cronaca. Antoine Doinel può essere visto come un alter - ego dello stesso Truffaut, che mette dentro al personaggio tutto sé stesso, le sue esperienze biografiche e sentimentali, riuscendo a creare un equilibrio perfetto, una magica alchimia sospesa fra la umana pietas e l’immortalità dei capolavori della storia dell’arte. Le marachelle e la rivolta contro l’autorità, la scoperta dell’amore e il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, il desiderio e la sua impossibilità e fugacità, l’incapacità di adeguarsi alla realtà e di averne un qualche controllo, di assumersi qualsiasi responsabilità ma anche e soprattutto tanta poesia, politica, sociologia, letteratura e grande grandissimo Cinema con la “c” maiuscola … questo è il ciclo di Antoine Doinel nell’opera cinematografica di Francois Truffaut. Un ponte verso l’eternità.
by Mariano Lizzadro

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2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

il tuo articolo ha il dono della chiarezza e della sincero amore che traspare per Truffaut.Credo che Truffaut,pur essendo uno dei maggiori esponenti della nouvelle vague(che si presentava come una corrente di rottura,di un'inversione di linguaggio rispetto al cinema precedente),rappresenti la raffinatezza e la compiutezza estetica di un cinema che non esiste più.Credo sia l'unico ad aver fatto 5 film sullo stesso personaggio senza mai mostrare segni di cedimento(in genere i sequel non riescono mai).Ma forse il segreto era proprio l'assoluta vicinanza tra la storia di Antoine Doinel e la vita di Francois Truffaut.Ed il suo sincero amore per il cinema che spesso si ritrova nei cinefili come te,raramente è presente,in forma così pura,nei registi di successo(perchè si confonde con il successo,il denaro,ecc..).Credo che il suo amore fosse così forte perchè il cinema lo aveva salvato,gli aveva permesso una integrazione nella società parigina.tu dici benissimo che truffaut era,come antoine,un ragazzo disadattato,che sovvertiva l'ordine costituito,ma lo faceva solo al fine di mettersi in mostra per trovare due braccia che potessero accoglierlo(e Truffaut le trovò dal critico Bazin che lo adottò).Quindi questa sovversione non era ispirata a qualche ideale ma dettata dall'esigenza pratica di trovare una situazione familiare (e Antoine quando trova,a casa di Colette o Christine,questa situazione familiare,si comporta da vero gentiluomo...non so se sia Truffaut o Doinel a dire che quando si metteva con una ragazza si innamorava di tutta la famiglia).
Ecco,credo che alla luce di queste considerazioni si possa leggere la furiosa lite tra Truffaut e Godard che si consumò intorno al 68.Godard era preso dall'urgenza della rivoluzione e considerava il cinema solo uno dei mezzi che concorrevano alla sua realizzazione.Era dunque necessaria la ricerca di nuovi linguaggi particolarmente legati alla prassi politica.Truffaut invece,pur essendo stato un piccolo sovvertitore,credeva che il cinema fosse su un altro piano rispetto alla realtà e,pur rispecchiandosi a vicenda,l'una non poteva direttamente dipendere dall'altra.In questo senso Truffaut rimaneva legato ad un cinema "tradizionale" che aveva rappresentato,nell'adolescenza,quella famiglia che non aveva mai avuto.Dunque,non poteva voltarle le spalle.
ma questo cinema che Truffaut ha difeso,mi sembra sparito con la sua morte.La sua raffinatezza nel raccontare la storia di Antoine Doinel è un perfetto punto di equilibrio che non pende mai verso la retorica o il patetico.Un cinema che predilige le immagini alle parole (penso,come tu stessa hai fatto notare, allo sguardo pieno di desolazione e speranza con cui antoine ci lascia,o alla scena delle rose in cui christine scopre il tradimento di antoine,oppure a quel piccolo capolavoro di montaggio che è l'amore fugge dove mischia sacro e profano...c'è una scena in cui antoine litiga con la sua seconda amante e amica intima di christine che non fa parte del ciclo doinel ma di effetto notte)...Il cinema di oggi,invece,ha preso o la strada di godard,del cinema di testimonianza o cinema politico,oppure si perde nel mare delle fiction..per non parlare del cinema commerciale.Mi sembra di poter dire che l'effetto truffaut è ormai molto debole,ma senza rammarico.probabilmente non è più il tempo per fare film come quelli perchè il digitale ci offre altre prospettive(la già nominata istanza testimoniale).Forse Kiarostami è uno dei pochi che riesce ad attuare una buona sintesi Truffaut-Godard.
non so se sei d'accordo.
delio

7:46 AM  
Anonymous Anonimo said...

Caro Delio ti ringrazio per la tua accurata e profonda partecipazione alle mie parole, a queste parole che mi è capitato di scrivere su Truffaut. Hai colto nel segno in tutto ciò che dici. Certo che la prospettiva del digitale potrebbe essere una grande svolta: come sempre le innovazioni tecnologiche fanno bene, in genere a ed al cinema anche, solo che come giustamente dici anche tu, l'importante è non perdere il senso. Allora qual'è il senso essenziale del "fare" cinema? Secondo me uno potrebbe essere il "raccontare storie", poi un altro potrebbe essere il "denunciare" qualcosa, un altro ancora potrebbe essere il "parlare di cinema usando il cinema" concetto noto anche come "metacinema" eccetera. Quindi con questo sto dicendo semplicemente che ben vengano le innovazioni ma purchè "servano" a qualcosa. Fra le righe quà la polemica è con le innovazioni fini a se stesse. Concludo salutandoti e ringraziandoti per il tuo post con una provocazione: non so se scrivi o meno di cinema .. ma secondo me hai talento nel farlo ...




Mariano Lizzadro

3:50 AM  

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