11.5.08

CINEMA/ Notturno bus di Davide Marengo

[pellicole -26]

(ad Antonella, amica e confidente preziosa)

"Notturno bus", è un film di Davide Marengo uscito nella stagione 2006–2007 ed è tratto dall’omonimo romanzo di Giampiero Rigosi. La storia racconta l’incontro-scontro tra Leila, una affascinante Giovanna Mezzogiorno, bella e giovane falsaria che vive di piccoli furti e truffe, e Franz interpretato da Valerio Mastandrea, ingenuo e generoso autista di autobus con la passione per il poker, che ad un passo dalla laurea in filosofia ha mollato tutto per la sicurezza del posto fisso. Due solitudini, due vite a metà che, per un puro disegno del destino, si trovano loro malgrado imbrigliate in un complesso e pericoloso gioco di potenti senza scrupoli, servizi segreti deviati e non, piccola e grande criminalità. E come in una favola i due ragazzi insieme riescono a ritrovare il bandolo dell’intricata matassa e a risolvere l’impasse della propria esistenza, salvo poi per il finale, triste epilogo. "Notturno bus" è una miscellanea di tanti generi: si passa dalla commedia, all’azione, al noir fino ad arrivare al sentimentalismo più puro. Ogni elemento è ben dosato, e il ritmo rimane costante per tutta la durata del film. Uno strano cocktail, in cui la risata si unisce alla riflessione: ma il risultato alla fine è vincente. Il protagonista involontario del film è Franz, un disilluso e nevrotico conducente d’autobus. In una notte come tante Franz fa un incontro che cambierà per sempre la sua vita: a una fermata farà conoscenza con la misteriosa Leila, una strana ragazza in fuga da non si sa chi e con addosso un travestimento per non essere riconosciuta. Rimasto stordito e affascinato dall’incontro, Franz ospita la ragazza a casa sua, non accorgendosi che in realtà ne è rimasto inconsapevolmente ammaliato e raggirato. Leila infatti altri non è che una bugiarda truffatrice, inseguita da due loschi personaggi che non hanno buone intenzioni nei suoi confronti, oltre che da uno svampito agente dei servizi segreti. Cercando rifugio nel Notturno Bus intreccerà inevitabilmente la sua vita con quella dell’uomo che, inizialmente, vede soltanto come una via d’uscita, ma col tempo fra i due nasce un amore. Franz è un conducente di autobus che anche nella vita ha sempre guardato nello specchietto retrovisore. Una notte sul suo bus deserto incontra per caso questa ragazza in fuga coi boccoli rossi e i piedi scalzi. Non fa in tempo a negarle una sigaretta che la donna si è già liberata della sua parrucca e si è infilata nel suo letto, ma soltanto per avere un posto in cui passare la notte e nascondersi. L'affascinante donna con gli occhi da gatta è infatti una scaltra e bugiarda truffatrice il cui primo colpo risale a quando aveva tre anni. Inseguita da una coppia di grotteschi killer, il caciarone e violento Garofano, e il laconico e spietato torturatore dallo stomaco debole Diolaiti, oltre che da un romantico agente dei servizi segreti, la ragazza cercherà protezione sull'autobus notturno di Franz "cuor di leone", come lo chiama lei. Lui, filosofo mancato, "normalmente vile" secondo una sua stessa ammissione, braccato a sua volta per debiti di gioco da un energumeno fondamentalmente buono di nome Titti, cercherà con scarsi risultati di resistere a quello che dopo anni di terapia ha inquadrato come il prototipo della donna sbagliata. Leila è una ragazza senza radici che vive di espedienti, piccole truffe e piccoli furti, una solitaria, molto seduttiva, in perenne lotta per la vita e in perenne fuga dalle emozioni sincere, che possono renderla fragile. Franz è un uomo profondo ma passivo, uno che pensa molto e agisce poco. Ha lasciato l'università ad un passo dalla laurea in filosofia, fa l'autista di autobus, chiuso in una vita sonnacchiosa tra bar e vecchi amici. Le uniche emozioni le prova al tavolo da poker, dove perde regolarmente, tanto che è braccato appunto da Titti, nome da canarino ma corpaccio da energumeno, a cui deve un bel pò di soldi. Il fato spinge Leila e Franz in mezzo ad una lotta spietata per un microchip che può rovinare un personaggio molto potente. A cercarlo ci sono agenti dei servizi segreti deviati e non. Leila, durante una delle sue piccole truffe, infatti ha rubato senza accorgersene il microchip e si ritrova braccata dagli agenti. Sfugge alla morte per un soffio e si ritrova su un autobus notturno a chiedere aiuto all'autista, Franz, che crede di aiutare una ragazza che si nasconde da un fidanzato tradito e quando capisce in che pasticcio è finito è troppo tardi: ormai è stato individuato come complice ed è costretto a continuare la fuga insieme a Leila. Questo bel film inizia con uno squillo minaccioso di un telefono che accompagna i titoli di testa, in bianco, che appaiono progressivamente su sfondo nero. Dedicato a Gillo Pontecorvo è il lungometraggio di finzione ad opera di Davide Marengo, nel cui curriculum artistico, oltre a videoclip, spot pubblicitari e cortometraggi, troviamo "Craj", documentario sulla musica popolare pugliese. E, non a caso, proprio le azzeccate musiche di Mario Rivera e Gabriele Coen, alle quali si aggiungono "Mi persi" e "La Paranza" di Daniele Silvestri, sembrano prepotentemente imporsi tra i protagonisti della vicenda. Mentre scorre il film ci si rende subito conto del fatto che, nonostante l'evidente lato ironico, conferito in particolar modo dalle divertenti battute snocciolate da Franz - Mastandrea, la tipologia di spettacolo che scorre davanti ai nostri occhi si presenta con le fattezze di un mix volto a coinvolgere diversi generi, dal racconto d'azione alla commedia romantica. Tra ombre sui volti ed un’affascinante fotografia bluastra nelle sequenze notturne questo film pare concludersi bene, ma in realtà non va a finire proprio come ci si aspetti finisca … Una favola moderna dai toni grotteschi che ho trovato molto bella ed adatta a descrivere per una “sorta” di similitudine certe vicende inventate ma che a volte sono più vere della stessa realtà, in quanto storie come quella raccontata da Marengo ci possono capitare, eccome se ci capitano!

by Mariano Lizzadro

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10.2.08

CINEMA/ In anteprima una lettura di "Into the Wild" di Sean Penn

[pellicole -25]
“Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta” Chris McCandless

E’ finalmente uscito il film “Into the Wild”, di Sean Penn, che tanto attendevamo. “Into the Wild” si rifà alla storia vera di Chris McCandless, raccontata nel libro pubblicato in Italia da Corbaccio “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Sulla qualità tecnica del film non mi dilungo; basta dire che è davvero bellissimo, uno dei film migliori usciti negli ultimi anni forse… “Into the Wild” si presenta come la storia di un viaggio, un classico viaggio on the road sulle strade dell’immenso ovest americano, con una destinazione ben precisa, l’Alaska, con i suoi immensi spazi selvaggi, che diventa la meta ideale e anche l’epilogo finale dell’intera avventura. Chris McCandless non è che un emblema dei tanti sognatori folli e romantici che hanno cercato nella wilderness il sogno della loro liberazione. Chris è un ragazzo particolare, cresciuto in una famiglia benestante, il quale non sopporta il vuoto conformismo dei doveri e delle aspettative borghesi, come la carriera, gli oggetti di consumo di cui circondarsi, la patina di rapporti familiari stabili, ma che nascondono in realtà astio ed incomprensione. Chris è un ragazzo che vuole fuggire da tutto questo e cerca nella natura e nel vagabondare senza meta l’opportunità di una liberazione autentica, la sperimentazione della vitalità pura, la possibilità di trovarsi faccia a faccia con se stesso. Prima di partire, darà in beneficenza tutti i suoi risparmi e si metterà un nuovo nome: Alex Supertramp. Nel suo lungo vagabondare, durato due anni, incontrerà numerose persone; tutte saranno colpite dal carattere giocoso ed affabile di Chris, ed egli, come viene mostrato anche nel film, rimarrà nei cuori di molta gente. Incontrerà hippie e contadini, viaggerà clandestino sui vagoni dei treni come il Jack London de “La strada”; incontrerà una ragazza che si innamorerà di lui, e alla fine un vecchio solo e stanco, che vorrebbe adottare Chris come un figlio o un nipote. Forse il rapporto d’amicizia che si instaura tra Chris ed il vecchio è una delle parti più toccanti dell’intero film (e quindi dell’intera autentica vicenda). Chris incoraggerà il vecchio ad uscire dalla solitudine, ad aprire gli occhi sulla grandezza e la bellezza del mondo, a spostarsi e viaggiare. In primavera Chris ha finalmente l’opportunità di realizzare il suo sogno: vivere per un certo periodo di tempo da solo in mezzo alla natura selvaggia, procurandosi il cibo con la caccia e la raccolta. Si accamperà in un vecchio pulmino abbandonato nella foresta, che diverrà in qualche modo il suo “campo base”. Chris intraprende la sua avventura in maniera (volutamente) impreparata, senza una cartina della zona, con pochi viveri e poca attrezzatura. Forse il suo desiderio era quello di riuscire, con la sua caparbia volontà, di sopravvivere nella natura con poco. Ma forse c’era anche un desiderio inconscio di voler essere sopraffatto dalla natura, in una specie di recondita volontà d’annientamento, non esplicitata ma presente comunque nella decisione di chi cerca la solitudine nella wilderness, sottoponendosi ad ogni sorta di pericolo. Di sicuro McCandless, anche se spericolato, non ambiva al suicidio. La sua personalità, per quanto controversa, lo portava ad essere istrionico e giocoso. Mc Candless non ha cercato la morte: egli era invece innamorato della vita e di ciò che in essa c’è di più bello e maestoso. Mc Candless cercava l’autenticità e la verità; i suoi principi comportavano l’esaltazione della vita e non già il ripiegamento verso se stessi o l’autocommiserazione. E’ uno spirito che ricorda parecchio Jack London. Non per niente Jack London era uno degli scrittori preferiti di Chris e se vogliamo, persino la sua stessa vicenda, soprattutto nella sua drammatica fase conclusiva, ricorda molto alcuni racconti del grande scrittore americano, dove gli uomini sono alle prese con la lotta per la vita, nell’ asprezza selvaggia dello Yukon. Mc Candless riesce a trascorrere sedici settimane da solo, vivendo solo di caccia e raccolta. Annoterà sulle pagine bianche di un libro di botanica l’esito delle sue battute di caccia e di raccolta. Dopo circa due mesi Chris aveva deciso di avviarsi sulla strada del ritorno. Ma c’è un imprevisto: il fiume che aveva guadato al suo arrivo con relativa facilità il mese prima è ingrossato dalla piena. Non può guadarlo e decide di ritornare indietro al pulmino abbandonato. Se avesse avuto una carta della zona, avrebbe visto che pochi chilometri più sopra probabilmente il fiume avrebbe potuto essereattraversato. Le settimane successive vedranno un calo della selvaggina nei dintorni. Mc Candless è costretto probabilmente a cibarsi di radici e bacche selvatiche. A questo punto commetterà un errore che gli costerà la vita: mangerà, scambiandola come specie commestibile, alcune bacche selvatiche velenose, che gli procureranno debolezza e denutrizione. Chris era uno studioso delle piante selvatiche e aveva portato con sé i suoi manuali. Ma la natura è sempre imprevedibile e sfugge a volte alle nostre classificazioni e categorizzazioni. Non avendo più le forze per cacciare, né per tentare di tornare indietro, la vita di Chris è destinata ad una tragica sorte: quella di morire di fame in solitudine. La natura che esalta con la sua bellezza e il suo mistero ha un nucleo che è definito, come dichiara il regista Werner Herzog, da “caos, conflitto e morte”. La natura non è per niente idilliaca, perché essa con la sua forza ci soverchia e ci distrugge... ma forse a ben vedere anche in questo sta il suo fascino e il suo irresistibile richiamo. Ogni imprudenza commessa da parte dell’uomo, nel Wild non può che essere fatale. Le bellissime scene finali del film evidenziano proprio quest’aspetto, con il giovane McCandless solo, a riflettere sulla sua condizione, mentre fuori, nel mondo naturale, continua la lotta spietata per la sopravvivenza. Una carcassa di alce, ucciso dal ragazzo con lo scopo di conservarne la carne, è invasa dai vermi; accorrono un branco di lupi ed un’aquila per spartirsi il bottino… Un orso enorme passa nei dintorni, accanto a Chris… la morte e il pericolo sono sempre in agguato… Allo stremo delle forze, ormai consapevole di morire, evidenzierà una frase da un libro di Pasternak (che assieme a Toltstoj e a London è uno dei suoi scrittori preferiti): “la felicità se è vera non può che essere condivisa”. Non possiamo fuggire dalla civiltà abbandonando la famiglia e in generale le persone che ci amano, inseguendo un sogno di libertà che alla fine non può che rivelarsi utopia. Chris l’aveva capito e voleva tornare indietro; fu solo per una tragica fatalità che non poté tornare nel mondo civile per testimoniare il suo amore per la vita e la bellezza della natura. Chris per alcuni rappresenterà un eroe, per altri un folle o un ingenuo. Sicuramente in un mondo ipocrita e povero di ideali come il nostro, la sua figura non può che ispirare simpatia e riconoscenza… potremo permetterci di giudicare un giovane che ha cercato nella vita “verità” e “autenticità” ?
by Saverio De Marco

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22.12.07

Il disordine come creatività: le storie allegramente assurde di Emir Kusturica

[pellicole -24]
"Poco dopo aver visto «Senso» di Luchino Visconti,
un altro film mi ha sconvolto: «La Strada» di Federico Fellini.
Lì ho fatto il mio ingresso magico nel mondo del cinema".
(Emir Kusturica)


Forse il modo migliore per fare un piccolo omaggio al cinema di Emir Kusturica sarebbe quello di scrivere semplicemente i titoli della sua filmografia. Punto e capo! Ma il fatto è che adoro molto il cinema di Emir Kusturica, amalgama perfetta di ambientazioni, generi, personaggi e storie, fantastici e fantasiosi, stimolatore di tante fantasie iconografiche, poetiche, musicali ed oniriche! Quindi questo piccolo omaggio all’immenso regista Balcanico vorrei fosse letto per quello che è: un gioco personale di costruzione fatto mettendo insieme pezzi sparsi apparsi su internet ma anche e soprattutto un invito a godervi qualche film del suddetto regista, tralasciando anche queste parole ed “aprendo” semplicemente il cuore alle immagini “Kusturichiane”! Buone visioni!

BREVISSIMI ACCENNI BIOCINEMATOGRAFICI
Emir Kusturica, uno dei più grandi cineasti viventi, nasce nel 1954 a Sarajevo.
Dopo aver abbandonato una promettente carriera da calciatore, studia quattro anni di cinema all'Accademia di Milos Forman a Praga. Al ritorno a Sarajevo, lavora per la tv e realizza i primi film: “Guernica” nel 1978, "Arrivano le spose" nel 1979 e "Caffè Titanic" nel 1980. ma il suo primo successo di critica e di pubblico avviene con
"Ti ricordi di Dolly Bell?", del 1981, segnalato come miglior opera prima al festival di Venezia e quattro anni dopo con "Papà è in viaggio d'affari", Palma d'Oro a Cannes. Sfruttando l'amicizia con Milos Forman e con l'apporto di capitali stranieri per la produzione, gira nel suo paese: "Il tempo dei gitani", premio per la miglior regia a Cannes, nel 1989. Per girare questo film dalla stupefacente improvvisazione e per descrivere in maniera realistica il popolo gitano, Kusturica, sceglie come attori veri Rom completamente analfabeti non in grado di firmare neanche il contratto e si iscrive ad una squadra di calcio in un quartiere di cinquantamila zingari per comprenderne a fondo il modo di vivere. Kusturica è regista di fama internazionale e trasferitosi a New York insegna cinema alla Columbia University. Successivamente nel 1993 realizza "Arizona Dream", Orso d'Argento e premio speciale della giuria al Festival di Berlino, film di rara bellezza poetica e onirica che abbraccia quasi tutti i generi del cinema americano. Poi è la volta di "Underground", nel 1995, di nuovo Palma d'Oro a Cannes. Dunque una carriera con molti riconoscimenti! "Gatto nero, gatto bianco", Leone d'Argento alla Mostra di Venezia nel 1998. pienissimo di continue invenzioni, racconta della travolgente vitalità di una comunità di zingari con un tocco surreale e poetico realizzata attraverso una storia interpretata, ancora una volta, da veri Rom. Nel 2001 è la volta di “Super 8 stories”, che narra le vicende della “No smoking band” il complesso musicale dello stesso Kusturica. Altri film recenti girati dal nostro regista sono: “La vita è un miracolo”, il documentario sul mondo dell’infanzia “Tutti i bambini invisibili” ed infine “Promise me this”. Variegata è inoltre anche la carriera di attore dello stesso Kusturica che oltre ad esser presente in molti dei suoi film risulta presente anche in diversi film di altri registi.

TI RICORDI DI DOLLY BELL?
Ambientato a Sarajevo nei primi anni '60, è la storia dell'educazione sentimentale del sedicenne Dino e del suo rapporto con il padre che morendo, gli lascia in eredità la sua ingenua fede nel marxismo, nella Iugoslavia socialista e nel proprio presente.
Ma in questo film corale contano anche il conflitto tra il comunismo ortodosso e il desiderio di novità, espresso con la fissazione dell'ipnosi, il trapasso verso la società dei consumi in una Sarajevo dei sobborghi abitata da una gioventù povera, il contrasto tra il vecchio e il nuovo nei costumi con risvolti sugli usi musulmani.
Fa da motivo trascinante musicale la canzone "24000 baci" di Celentano. La Dolly Bell del titolo è una spogliarellista. Dino è un adolescente che vive a Sarajevo agli inizi degli anni Sessanta, un periodo di grande apertura della Jugoslavia di Tito verso l'occidente e la vicina Italia. Il padre, un intellettuale marxista, in definitiva lo lascia vivere una gioventù povera ma molto più libera di quella delle generazioni precedenti, tra gli amici un po' vitelloni e il primo, goffo innamoramento per una ragazza troppo smaliziata. Nella Sarajevo del 1960 Dino è poco più di un adolescente con un sogno: un Occidente pieno di tentazioni appena fuori dalla Jugoslavia.
La sua vita trascorre tra gli amici, una famiglia che sembra una sezione di partito, lezioni di ipnosi e rock'n'roll. Ma un giorno arriva Dolly Bell, la spogliarellista di un vecchio film italiano, una giovane prostituta, ingenua e tenera, di cui se ne innamora perdutamente. E quando Dolly Bell se ne andrà, nulla potrà essere più come prima.

PAPA’ IN VIAGGIO D’AFFARI
“Papà è in viaggio di affari”, è un film dolce, fatto di scene molto tenere e difficili da dimenticare come le sequenze che riguardano l’innamoramento del piccolo Malik e della figlia del dottore amico di Mesa. Siamo a Sarajevo nel 1949, dopo la scomunica del Cominform e il distacco da Mosca della repubblica di Tito, lo “stalinismo degli antistalinisti!” dilaga e ne fa le spese anche Mesa, bravo uomo e assiduo frequentatore di prostitute, rinchiuso senza processo in un campo di lavoro da dove esce nel 1952. In una certa misura la storia è raccontata attraverso gli occhi innocenti di Malik, piccolo sonnambulo e figlio di Mesa. E lui il nucleo poetico di una commedia agrodolce. Tira una fresca brezza di neorealismo italiano in questo film che propone una ricca galleria di personaggi simpatici ed odiosi al contempo, insieme ad una vena umoristica e ad alcuni momenti di forte suggestione emotiva. Nella campagna intorno a Sarajevo un vecchio portinaio canta delle canzoni messicane per racimolare qualche soldo da spendere alla birreria del paese. Quando gli viene chiesto perché proprio canzoni messicane risponde: «Compagno , io voglio star tranquillo… con i tempi che corrono». A porre la domanda è Mesa, il protagonista principale del film instancabile viaggiatore per lavoro e che, durante le lunghe giornate lontano dalla famiglia, si consola con donne di facili costumi. Una di queste amanti gli costerà la libertà. Infatti la donna, probabilmente per vendicare il mancato divorzio di Mesa dalla moglie, lo denuncia alla polizia per aver discusso la politica del giornale di partito. Ciò che accade al protagonista corrisponde alla normale prassi in Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale dove il solo sospetto di essere un dissidente portava alla perdita di ogni diritto e nel peggiore dei casi alla morte per fucilazione. La storia è scandita dalla voce narrante del figlio minore di Mesa, il piccolo Malik, che assiste, cercando di comprendere le stranezze degli adulti. Ed assiste allo scorrere degli eventi con un desiderio fisso nella mente: riuscire a comprare con i propri risparmi il pallone di cuoio esposto nella bottega sotto casa.
La colonna sonora del film, oltre alle belle musiche balcaniche, è composta dalle radiocronache delle partite di calcio della Jugoslavia e dai radiogiornali del regime che riportavano la politica del partito e i vaneggiamenti di Tito. Un mondo variopinto e sfaccettato dove la gente, abituata a qualsiasi tipo di angheria e di vessazione da parte del regime, mirava essenzialmente, a sopravvivere con dignità.

IL TEMPO DEI GITANI
Figlio naturale di una zingara, il giovane Penhan è costretto a seguire il capo in Italia, a rubare e trafficare in bambini, nani, infermi. Perde l'innocenza, le illusioni, la vita. “Il tempo dei gitani” è un film d'amore, di avventure e un romanzo di formazione.
La sua tumultuosa vicenda procede per accumulazione su un arco di quindici anni attraverso peripezie ora buffe, ora sanguinose in altalena tra tenerezza e ignominia.
Kusturica s'è immerso nel mondo e nelle cultura dei Rom con passione senza benevolenza, con una partecipazione che non esclude la lucidità, con una simpatia che non diventa idealizzazione. Sconnesso, ridondante, visionario, innovativo e pieno di invenzioni ecco i termini che ben si adattano a questo film! Dunque il giovane Penhan abita con la nonna, la piccola sorella Daza e lo strampalato zio in un accampamento Rom in Jugoslavia. Dopo aver accompagnato la sorella a Lubiana per un intervento chirurgico ad una gamba malformata, Penhan è costretto a seguire Ahmed, il boss dell’accampamento, in Italia. Qui, dopo un’iniziale resistenza, inizierà a commerciare in bambini e a costringerne altri all’accattonaggio e alla prostituzione, fino a soppiantare nelle funzioni di capo lo stesso Ahmed, rimasto nel frattempo vittima di un colpo apoplettico che lo ha ridotto alla paralisi. Dopo aver ucciso Ahmed, Penhan verrà ucciso a sua volta dalla moglie di questo per vendetta. Kusturica col suo solito gusto iperbolico della narrazione, ne “Il tempo dei gitani” racconta di un percorso di formazione particolare che conduce alla perdita dell’innocenza del giovane Penhan, figlio naturale di una zingara cresciuto con affetto dalla corpulenta nonna. Il racconto cinematografico, la trama del film si divide idealmente in due parti nettamente distinte: la prima è quella relativa alla formazione adolescenziale, con la vita nell’accampamento Rom a contatto con la singolare famiglia, in una dimensione perennemente sospesa tra sogno e realtà, nella quale anche l’iniziazione amorosa assume le caratteristiche della fiaba gitana percepita in un contesto onirico e visionario mentre la seconda è quella del distacco dal proprio ambiente familiare con l’inganno di una possibile guarigione per la piccola Daza, nata con una malformazione alla gamba che Ahmed, il capo carismatico del villaggio, promette di risolvere grazie all’intervento chirurgico di un celebre ortopedico di Lubiana. Il distacco dalla famiglia e il conseguente trasferimento in Italia sanciscono per Penhan una discesa irrevocabile negli abissi dell’abiezione e della corruzione al seguito di un’autentica corte dei miracoli capeggiata da Ahmed senza alcuno scrupolo. Quindi all’atmosfera sognante della prima parte subentra un clima opprimente fatto da azioni riprovevoli condotte nei confronti dei minori: vendita di bambini ancora in fasce, coercizione all’accattonaggio, stupri condotti con l’intento di educare al mestiere giovani prostitute. Alla spensieratezza caratteristica del villaggio Rom si sostituisce la cappa opprimente di un’innocenza non più recuperabile. Penhan, infatti, investito direttamente da Ahmed, non più in grado di gestire la situazione dopo l’infarto occorsogli, comincia a comportarsi da vero e proprio boss senza scrupoli, al punto che penserà di vendere il figlio che la sposa gli ha dato perché sospetta che non sia frutto del suo seme. Una progressiva e irreversibile discesa verso l’annullamento di se stessi, una “sorta” di formazione al contrario, di un adolescente che aveva soltanto un’aspirazione: la guarigione della sorella, ma che in virtù di un inganno poiché la sorella, in realtà, è stata trasferita a Roma per chiedere l’elemosina sfruttando la pena che la sua gamba menomata provoca, ha gettato che diventa cattivo per necessità, per cercare di sopravvivere.

ARIZONA DREAM
Un giovane di New York di nome Axel è chiamato in Arizona dallo zio Leo che vuole insegnargli la fede nei pilastri del modo americano di vivere. Axel, invece, s'innamora di una bizzarra donna matura che potrebbe essere sua madre e con cui condivide il sogno di volare su un velivolo senza motore e fa amicizia con altri tipi bizzarri. Film stravagante, originale, un’onda di onirico surrealismo, “Arizona dream”, racconta l'America vista con gli occhi del cineasta jugoslavo, in cui Axel in questa “sorta” di paese delle meraviglie dovrebbe, per volontà dello zio fare il venditore di Cadillac, ma preferisce convivere con una donna molto più matura in una fattoria e costruire una rudimentale macchina volante. A complicare i rapporti c'è la figlia della signora, votata al suicidio. Nel frattempo conosciamo una famiglia di esquimesi coi suoi cani, e un pesce che ha entrambi gli occhi dalla stessa parte.
La ragazza alla fine riesce a morire, così come il vecchio zio. Ma il pesce si libera allegro nell'aria. L'America sembra davvero complicata! E Kusturica esorcizza questa visione di complicatezza con le sue invenzioni, le sue parabole fantastiche e grottesche, a scapito del rigore stilistico occidentale, ma a favore della fantasia per la fantasia, che non è mai cattiva cosa. Meraviglia per gli occhi, per il cuore e per l’anima!

UNDERGROUND
Nel 1941, dopo il primo raid aereo tedesco su Belgrado, comincia l'ascesa del compagno Marko, partigiano, trafficante e borsanerista. In due anni lui e il suo impetuoso amico Blacky accumulano una fortuna e la fama di eroi della resistenza finché convincono il loro clan a rifugiarsi in un sotterraneo e a fabbricare armi e altri prodotti per il mercato nero. Ci rimangono per quindici anni perché, con la complicità dell'attrice Natalija, Marko fa credere a tutti che la guerra continua e intanto diventa un pilastro del regime socialista di Tito. L'inganno dura fino al 1961 e nel trentennio successivo muoiono di morte violenta Natalija, Marko, l'innocente suo fratello Ivan e Jovan, figlio di Blacky, l'unico sopravvissuto che, tornato nel sotterraneo, sbuca attraverso un tunnel sul Danubio dove ritrova tutte le persone scomparse che ha conosciuto: è un'isoletta che va alla deriva sul fiume. E difficile stringere in una definizione di genere un grande film visionario come “Underground”. Hanno speso molti aggettivi per definirlo: picaresco, eccessivo, ridondante, straordinario, smisurato, vitalissimo, incandescente, barocco, sensuale, metaforico, allegorico eccetera . Si potrebbe dire che fa pensare ad “Alice nel paese delle meraviglie” riscritto da Kafka, con Hyeronimus Bosch come scenografo e Francis Bacon direttore della fotografia! A me fa pensare anche ad alcuni quadri Marc Chagall, al cinema di Tarkovskij, di Jodorowsky e di Ioselliani, oltre che al cinema di Vigo e Visconti esplicitamente citati. E una tragicommedia musicale con le musiche tzigane di Goran Bregovic. Un racconto straripante di feste nuziali, riti collettivi e baccanali che fanno da filo conduttore oltre che a dargli il ritmo. "C'era una volta un paese..." potrebbe essere il sottotitolo. La Iugoslavia, naturalmente. Kusturica dice che non è un film nostalgico, ma un necrologio. Forse il Paese di cui ha cercato di raccontare mezzo secolo di storia non è mai esistito. “Underground” è il sogno di un incubo, quello della Storia e del suo tempo sporco. La storia della Jugoslavia dal secondo conflitto mondiale alla guerra civile, la storia di due amici, di due fratelli in armi ed in truffa, la storia di una donna contesa, la storia di un sotterraneo per la fabbricazione d'armi. La storia di un paese immerso nel roboante conflitto di pressioni e rivendicazioni, la storia forse di un paese mai esistito veramente. “Underground” è un’abbuffata di colori, di danze, musiche, urla di dolore, rabbia, gioia e follia! Film rumoroso, assordante, come una continua baruffa, magnifica descrizione della tensione circense nei Balcani. Un carro armato perfora lo zoo di Belgrado e l'immagine degli animali che si liberano in direzioni diverse ed irrazionali è molto sottile ma evidente. O la clinica per matti, in cui tutto è concesso, in cui niente è anormale perché in fondo forse siamo tutti pazzi. Significativa la sequenza finale con il banchetto in cui tutti i protagonisti sono in armonia tra loro ma siedono in una porzione di terra che si distacca e che galleggia sull'acqua. Orgia visiva tra vino, violoncelli, erotismo ed urla, come una festa trascinante, goliardica, irrazionale Jugoslava!

GATTO NERO, GATTO BIANCO
Ambientato tra gli zingari slavi, "il solo popolo che non cambia mai e che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare", finanziato da un pool di reti televisive europee, parlato in dialetti gitani, girato in Slovenia e sulle rive del Danubio in Serbia, “Gatto nero, gatto bianco” è un fantastico affresco di un’umanità, travolgente e vitale, divertente e allegro. Grga Pitic e Zarjie sono due vecchi amici che non si vedono da ben venticinque anni. Il primo è un padrino gitano oltre che magnate delle discariche, il secondo è proprietario di un cementificio. Sono due ottantenni che nella loro lunga vita hanno commesso ogni genere di crimine rispettandosi sempre. Matko, il figlio di Zarije, è un incapace che ha bisogno di soldi per portare a termine un affare legato al mercato nero, precisamente un carico di petrolio e dato che non ha il coraggio di rivolgersi al padre, chiede aiuto a Grga Pitic facendogli credere che suo padre è morto. Grga Pitic è profondamente colpito da questa notizia e decide di recarsi sulla tomba del vecchio amico Zarije.
Matko, soddisfatto del suo inganno, cerca di far entrare nell'affare del petrolio Dadan Karambolo, un boss dei gangster gitani. Sotto l'effetto della droga. Matko è convinto che in questo modo l'affare andrà sicuramente in porto. Purtroppo per lui non è così, perché la notte dell'arrivo del treno, viene messo a terra da degli sconosciuti e quando il giorno dopo si risveglia, scopre che il treno è scomparso. Matko non ha capito che è stato imbrogliato dallo stesso Dadan e così deve sottostare al ricatto di questo criminale senza scrupoli: far sposare il proprio figlio Zare con Afrodita, la sorella di Dadan, una donna così minuscola da essere soprannominata Ladybird. Zare però è innamorato di Ida, una cameriera tanto affascinante quanto impetuosa. Afrodita in realtà sogna un gigante buono da sposare. Il giorno delle nozze i due giovani si ribellano a questo matrimonio senza amore così la ragazza fugge approfittando della confusione della festa organizzata alla maniera gitana. Capito l'inganno, Dadan va alla ricerca della sorella. La trova in mezzo alla campagna insieme al nipote di Grga Pitic, Grga Maggiore, un ragazzone molto alto che da tempo era alla ricerca di una donna piccolina, dolce e affettuosa come lo era sua nonna. Ladybird è così piccola che potrebbe stare nel suo taschino, perfetta per lui. Tra i due è scoccata la freccia dell'amore! Dadan acconsente alle nozze perché convinto da Grga Pitic che l'amore è l'unico motivo per sposarsi. Anche Zare è felice perché così può sposare la sua amata Ida. Durante la festa muore Grga Pitic, Zarije torna dal regno dei morti, Dadan viene punito e Zare ed Ida scappano con una fisarmonica piena di soldi, dopo aver minacciato il prete con una pistola davanti a due soli testimoni: un gatto nero e un gatto bianco!

SUPER 8 STORIES
Nel mondo folle e drammatico dei Balcani è ambientato il documentario sul gruppo musicale di Emir Kusturica: La punk-band “No smoking”, divenuta famosa per la colonna sonora di “Gatto nero, gatto bianco”. La “No smoking band” è nata venti anni fa e attraverso album, concerti e tournée ha attraverso la storia della Jugoslavia.

LA VITA E’ UN MIRACOLO
Siamo in Bosnia all’inizio degli anni novanta. Luka, ingeniere serbo e sua moglie Jadranka si stabiliscono insieme al loro figlio Milios in un villaggio nel mezzo del nulla con l'intento di trasformarlo in un luogo turistico. Accecato dal suo ottimismo Luka non dà retta alle voci dello scoppio di una guerra imminente. Quando suo figlio Milos è fatto prigioniero e i militari serbi gli affidano in custodia un ostaggio musulmano: una bella ragazza di nome Sabaha, Luka finisce per innamorarsene. “Voglio continuare a credere che la vita è un miracolo perché i miracoli accadono davvero. La speranza nella nostra vita non deve essere sconfitta”. Infatti come afferma lo stesso Kusturica:”questo film è in fondo ottimista, insegna a vedere anche gli aspetti belli pur in mezzo alla tragedia”. “La vita è un miracolo” è una favola romantica e sognatrice in cui il buio della guerra nei Balcani dell’inizio degli anni Novanta viene candidamente tramutato in un quadro affascinante ed incantato.
Un ritratto di colori, danze ed eccessi, tutto velato da una atmosfera da favola.
Il personaggio principale del film, Lucka è timido ed ottimista, il suo rapporto con la guerra è quello di un Pierrot che viene strappato dal proprio mondo fatato e strapazzato dai rumori delle bombe che piovono fuori e gli altri personaggi rappresentano per Kusturica importanti pedine di un teatrino dell’assurdo, ma un assurdo poetico ed a tratti commovente. Come fare a parlare d’amore durante una guerra? Come fare convivere un cane con un gatto? Come fare innamorare un bosniaco di una musulmana? Ecco cosa sembra sussurrarci Kusturica candidamente con quest’ennesimo capolavoro!

POSSIBILE CHIOSA
Pensando fra le righe all’opera cinematografica di Kusturica le prime cose che mi vengono in mente sono: arte, storia, guerra, bambini, immagini grottesche, discriminazioni razziali, lo sguardo del bambino sul mondo, matrimoni, la figura della donna portatrice dolorosa della continuità dell'esistenza, il mondo dei gitani così poetico ed onirico e magmatico e senza costrizioni di tempo e spazio così a stretto contatto con la natura e gli animali e l’impossibilità a fare ordine in un cinema che fa della poetica del disordine e del disequilibrio la sua forza e l’impossibilità di fermarsi a pensare o a riflettere di fronte al caleidoscopio di immagini che sono forse il tratto distintivo del cinema di Emir Kusturica. E allora non possiamo far altro che seguire quel palloncino, o un velo da sposa, e lasciare che lui, l'immenso cineasta di Sarajevo, ci apra il suo cuore e continui a raccontarci disordinate storie allegramente assurde … grazie di cuore Emir!
by Mariano Lizzadro

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27.11.07

Il cinema di Andrej Tarkovskij (parte prima)

[pellicole -23]
Come chiedere scusa a quei pochi lettori per essermi arrogato il diritto di parlare di cinema dato che la parola è ben poca cosa rispetto al fotogramma?
Quale miglior modo di terminare un periodo di anni trascorsi a tentare di scrivere di cinema, sul cinema, dentro al cinema se non con alcuni pensieri sul mio regista preferito? Forse sarebbe il caso di tacere dinanzi al genio, ma il vizio della parola anche questa volta non mi abbandona ed allora ecco-li i miei ultimi e ridicoli pensieri sul cinema, sull’opera cinematografica incredibile, straordinaria, visionaria e meravigliosa di Andrej Tarkovskji … buona lettura anzi buona visione.


L’INFANZIA NEGATA
Andrej Tarkovskji figlio del poeta russo Arsenij Tarkovskij, nasce nel 1932 a Zavrazhe, nell’ex Unione Sovietica. Dal 1939 frequenta la scuola statale di Mosca che conclude nel 1951 con un ritardo causato sia dalla guerra che da una malattia. Dopo aver studiato pianoforte pittura e scultura alla scuola d'arte figurativa, nel 1951 si iscrive a scuola di studi orientali, poi a geologia ma è nel 1954 che inizia a studiare all'istituto cinematografico di Mosca dove prenderà la laurea nel 1960 con il cortometraggio "Il rullo compressore e il violino". La principale tematica che attraversa quasi tutti i film di Tarkovskji è il disagio: argomento che deriva dalla sua esperienza personale. Nell'esprimere questa condizione all'interno delle sue opere, Tarkovskji parte dalla figura dell'infanzia con il suo primo lungo metraggio: "L'infanzia di Ivan" del 1962, nel quale racconta la storia di un bambino costretto dalla guerra ad un'infanzia triste, a crescere prima del tempo, sullo sfondo del conflitto fra l’Armata Rossa ed i Nazisti. Il cinema di Tarkovskij è una riflessione sull'individuo, alienato dalla realtà del suo tempo ed immerso nella sua sofferenza.
Il protagonista del film, Ivan, appare sempre serio, di umore diverso da quello dei ragazzini della sua età, ma con ben chiaro nell'animo il sogno di un'infanzia normale, espressa con talento mediante l'uso di immagini rallentate nei sogni del fanciullo, che hanno come oggetto sua madre e l’infanzia negata.
Tarkovskij si ispira ad una novella di Bolomov, dal titolo "Ivan", per dirigere un'opera personalissima in cui vengono raccontate le peripezie di un ragazzo reso orfano dalla guerra e costretto a combattere. Ecco allora che, appena possibile, si addormenta e sogna di essere con la madre, nei luoghi dell'infanzia, a giocare con gli amici, a baciare la ragazza amata. Il dramma di Ivan è reso vivo e vivido nel forte contrasto tra il suo volto, sorridente e luminoso nel sogno, in contrapposizione con quello devastato durante le scene di guerra. “L’infanzia di Ivan” spezza i legami con la tradizione letteraria col melodramma e col patriottismo. La guerra, nel film assume un valore simbolico che va oltre il dato concreto. Non a caso sono completamente assenti scene di scontri bellici. Il dramma è spirituale e la devastazione interiore trova la massima espressione nel volto degli uomini.
Il dodicenne Ivan, che ha perso i genitori durante l’invasione nazista dell’Unione Sovietica diventa un prezioso collaboratore dapprima dei partigiani ed in seguito dell’esercito, impegnandosi in una serie di pericolose missioni esplorative oltre le linee. Rientrato da una missione viene accolto dagli uomini del tenente, che in un primo momento lo sospetta essere una spia nazista. In seguito alle rimostranze del ragazzo, lo mette in contatto con il capitano ed il colonnello ai quali fornisce importanti informazioni sulla dislocazione del nemico. Inviato alla scuola di guerra, Ivan riesce a fuggire e viene raggiunto dal capitano, che decide di portarlo con sé. Tornato al fronte, Ivan scompare durante una sortita. A guerra terminata il tenente scopre che il ragazzo, catturato dai tedeschi, è stato condannato a morte. La drammaticità della guerra è concentrata nella vicenda del piccolo Ivan. Infatti “L’infanzia di Ivan” è un film sulla guerra senza scene di guerra, in cui il carattere allucinatorio del racconto e delle immagini e il modo poco convenzionale di parlare delle brutture che la guerra causa sui bambini sono gli assi portanti. Il tentativo è quello di raccontare la guerra che abita dentro Ivan, situata all’interno della sua storia personale, svelata nei momenti in cui si palesa la voglia di autodistruzione, di annullamento di sé, le cui cause non possono che essere individuate nella guerra e nella perdita dei genitori in guerra. Dunque Ivan è contemporaneamente: bambino – soldato – adulto – anziano – padre – ribelle - comandante - fuggitivo – subalterno. Ed è proprio questo il grande furto operato dalla guerra ed oserei dire da qualsiasi forma di violenza: rubare il tempo, negando il futuro, la crescita. Il tema principale del film diventa dunque il capovolgimento della logica del reale, da una parte l’apparenza di una porta che si apre e che invece si chiude poco prima che venga attraversata, ossia il sogno, dall’altra la violenta ed ingiusta lotta quotidiana per la sopravvivenza, ossia la realtà della guerra. Le visioni oniriche del piccolo Ivan, colme di elementi simbolicamente materni quali ad esempio l’acqua, i frutti della terra non sono altro che piccole parentesi ancora più struggenti al confronto di un risveglio drammatico in un mondo opposto a quello sognato. In genere la guerra viene rappresentata sempre con immagini cruente non nel caso di questo assoluto capolavoro che parla di guerra tramite l’infanzia negata del giovanissimo Ivan.

L’ESULE
Nel 1965 è poi la volta di "Andrej Rublev", che racconta la storia di Rublev, famoso pittore di icone russo del 1400. In questo film viene affrontato il tema dell'artista in rapporto al suo tempo ed al disagio che questo provoca. Infatti lo stesso Tarkovskji afferma: "L'artista non è mai libero. Non vi è un'altra categoria di persone che sia meno libera degli artisti. Essi sono incatenati al proprio dono, alla propria predestinazione, che è quella di servire il proprio dono e, con ciò stesso, gli uomini". E' proprio questo concetto che Tarkovskji vuole esprimere all'interno di questo Suo capolavoro. Infatti all'inizio Rublev viene rappresentato come un artista convinto che l'arte sia l'unico fattore che nobilita l'uomo, ma nel corso della sua vita a causa anche dei fatti storici ai quali assiste, fra cui l'invasione della Russia da parte di altre popolazioni dapprima comprende come l'arte sia semplicità, poi cade nell'eccesso opposto ossia nell’allontanamento dai valori, fa poi voto di silenzio per espiare la colpa, fino a quando l'incontro con un fanciullo, figlio di un costruttore di campane, gli permette di raggiungere un equilibrio tra i suoi valori fondamentali e cioè vita, arte e religione. Dunque Rublev è un eroe schivo ed introverso, facile preda di dubbi ed esitazioni ma tenace e voglioso di comunicare e di contribuire al bene dei propri simili. Rublev si rende conto che la vera possibilità di arginare la violenza repressiva dell'autorità si trova in un legame più vero con gli altri e cerca di comunicare questo al popolo, attraverso le proprie opere. In un mondo grigio la luce delle sue icone è un invito ad un atteggiamento più spirituale. Il suggerimento non viene raccolto e l'artista decide di non parlare più, né con la voce né con la propria produzione artistica. Riprenderà a parlare solo alla fine del film, quando il coraggio di un ragazzo compie una “sorta” di miracolo. La campana del villaggio, occupato da un'orda di invasori, si spacca e viene ordinato al fonditore di campane, l'unico a conoscenza della formula che permette all'argilla con cui viene fatta la campana di resistere ai violenti rintocchi, ne costruisca una nuova. Ma costui è morto, portandosi nella tomba il segreto della formula. Molti provano a costruirne una, ma senza successo e ciò indispettisce gli invasori che riprendono a saccheggiare e seviziare la popolazione. Inaspettatamente il figlio del fonditore di campane, dichiara di essere in possesso della formula, confidatagli dal padre prima di morire, ma non intende rivelarla.
Dovrà essere lui a guidare gli operai. Quando l'opera è completata e la popolazione festeggia l'evento, il ragazzo piange disperato perché convinto che la sua formula per la costruzione della campana non funzionerà. Gli si avvicina Rublev e per la prima volta dopo anni riprende a parlare e decide di ritornare a dipingere. Siamo in Russia intorno all'inizio del 1400 davanti a una chiesa, un uomo sta tentando il volo sopra un rudimentale aerostato. Il pallone che lo deve sollevare in aria è costruito con pelli cucite. Un gruppo di persone si avventa contro coloro che stanno collaborando all'impresa, ma le funi che tengono ancorata a terra la navicella sono recise: il pallone s'innalza, suscitando contrastanti emozioni di rabbia e di meraviglia. Dopo avere sorvolato le campagne circostanti per breve tempo, si scuce e precipita nuovamente al suolo. L'estasi di questa “sorta” di volo sciamanico si dissolve. Ed è come la recisione di un cordone ombelicale che lega l'uomo alla terra: la forza di gravità. Tarkovskij sembra voler suggerire che un vincolo occulto di uguale intensità lega lui stesso e per estensione i suoi connazionali alla Madre Russia. Esiste nella storia di questo paese una "coazione a ripetere" il proprio passato sotto la forma di un regime politico di natura dispotica. Come dire che in Russia la storia fa il suo corso transitando con una certa schifosa continuità. Il travaglio artistico e culturale di Andrei Rublev sembra riflettere il percorso di maturazione ideologica di Tarkovskij, e per estensione degli intellettuali del 1900. I due Andrej sarebbero in buona sostanza accomunati dalla medesima aspirazione verso le istanze di un umanesimo in rotta di collisione con il potere costituito. Il film di Tarkovskij è interamente girato in bianco e nero, ad eccezione del finale che offre una panoramica a colori delle opere di Rublev. Dall'inizio alla fine, la pellicola di Tarkovskij si avvale di un linguaggio simbolico peculiare: la campana con la rappresentazione di San Giorgio che sconfigge il drago, ovvero il demonio. San Giorgio è il protettore dei cavalli, e questi ultimi costituiscono un elemento simbolico piuttosto frequente nel cinema di Tarkovskji, che potrebbe essere associato al duplice significato tradizionalmente attribuito loro. Da un lato al mondo infero e dall'altro alle acque celesti, alle fonti e ai fiumi. Infatti all'inizio del film, subito dopo la scena del pallone che precipita al suolo, Tarkovskij introduce l'immagine di un cavallo che si rotola nella prateria, dando l'impressione di staccarsi dalla terra e di nascere da essa, mentre alla fine si assiste alla scena di quattro cavalli che stanno pascolando sotto la pioggia in riva a un fiume. Il cavallo è anche il simbolo dello spirito del popolo russo, della sua ansia di libertà, dell'identità col nomadismo. Andrej Rublev di Tarkovskij offre così la possibilità di rileggere il passato della storia russa che sembra ripetersi anche se in nuove forme. Vecchie e nuove forme di potere politico in cui il ruolo delll’intellettuale è sempre stato quello dell’esule. Un eremita costretto a vagare nei meandri delle sue conoscenze, della sua fantasia che galoppa come i cavalli di questo meraviglioso film.

DESCENSUS AVERNO
Nel 1972 esce Solaris, un capolavoro del genere fantascienza, tratto dall'omonimo romanzo di Stanislaw Lem. In un'epoca imprecisata, uno psicologo è inviato dalla commissione scientifica sovietica sulla stazione orbitante attorno al pianeta Solaris. Ha il compito di redigere un rapporto intorno agli strani fenomeni che li si verificano e di cui sono testimoni e vittime i tre scienziati che ancora stazionano la: un fisiologo, un cibernetico ed un fisico. Il pianeta Solaris è un'entità particolare rispetto alle altre scoperte fino ad allora: ha una intelligenza diversa e insondabile. Nel momento in cui, incapaci di altre modalità di relazionarsi, gli scienziati lo hanno bombardato con dei raggi x per avere una qualche reazione, il magma pensante del pianeta ha reagito, provocando in loro crolli nervosi. La crisi vissuta dai singoli individui ha provocato una spaccatura all'interno della stessa comunità scientifica, con la formazione di due gruppi. Il primo gruppo ritiene importante e necessaria la ricerca di un contatto con la superficie pensante del pianeta; il secondo gruppo ritiene questa strada pericolosa e non scientificamente valida. Un astronauta durante un viaggio di ricognizione attorno al pianeta, è stato testimone di alcuni fatti incredibili. La testimonianza che rilascia, anziché fare chiarezza sul mistero che ruota intorno a Solaris, acuisce ancor più la frattura fra i due gruppi. Un gruppo dichiara chiuso il caso, non avendo alcun dubbio sul fatto che l’astronauta è stato preda di allucinazioni, mentre l’altro gruppo è fermamente convinto che l'astronauta è stato testimone del rappresentarsi di una intelligenza diversa. Il compito di decidere sulle sorti del pianeta viene affidato allo psicologo. Giunto sul pianeta egli trova una intelligenza diversa, estranea, che cerca di comunicare con lui attraverso la moglie, morta suicida anni prima. Egli si imbatte nell'ignoto e si trova psicologicamente impreparato ad accoglierlo. Quando mette da parte il proprio ego, si rende conto che, per comunicare col magma pensante, è lui che deve adattarsi ad una forma di vita altra. Stabilita la comunicazione, l'uomo sente pulsare in sé la medesima forza misteriosa che smuove l'immane superficie del pianeta e dalla quale è spinto a rimanere, quasi avvertendo una sua possibile rinascita su questo lontano corpo celeste. Il film si conclude con la stessa inquadratura con cui era iniziato: quella della casa paterna. Lo psicologo torna dal padre anziano con cui era in dissenso e gli si getta ai piedi, ricreando, come in un quadro, la stessa immagine del "Il figliol prodigo" di Rembrandt. La macchina da presa si allontana mostrandoci come tutta la vicenda si stia svolgendo su di un isolotto del pianeta Solaris, forse la mente stessa del protagonista. Tarkovskij crea un altro e nuovo linguaggio con Solaris. In quella grande astronave che ruota sul mare di Solaris, pianeta immerso in un oceano composto di una strana specie di materia in grado di riflettere l’anima. Non quella sublime, ma quella più vera che appartiene ad ognuno di noi, quello che i moderni psicologi chiamano il proprio io profondo. Il pianeta riflette quello che si è, non quello che si desidera essere, riflette la propria condizione morale. Esperienza disgustosa, insopportabile per chiunque, anche solo nei pensieri. Ma ecco-la qua materializzata in mostri immondi, ossessioni e atti mancati, contenuti inconsci o archetipici dotati di vita. Persone non amate, cattiverie e tutti i nostri rimorsi materializzati e dipinti su pellicola. L’unica forma di conforto pare essere per Tarkovskji il destino di abitare la terra. Solo il rimorso purifica in uno stato di quasi follia, dall’uscita dal tempo, sino al ritorno nella stanza dove il padre è tra i libri con il cane, e la pioggia che dietro il vetro bagna, e pulisce tutto. Ecco tutto ciò che forse per Tarkovskji significa abitare il proprio destino. D'altronde per Andrej Tarkovskij il cinema era la forma d’arte che usa il tempo come la sua materia prima. Quello che per la pittura è il colore, per la musica è il suono, per la poesia è la parola, per il cinema è il tempo, lo stesso tempo ed oserei dire lo stesso disagio che inghiotte la persona sensibile che si trova a confronto con se stesso. Dinanzi ad un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnologia Tarkovskji rivendica il valore dell’arte come strumento di conoscenza della verità, o addirittura come archetipo stesso della verità. Infatti afferma il nostro cineasta: “Per mezzo dell’arte l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. Nella scienza la conoscenza umana del mondo procede lungo i gradini di una scala senza fine, venendo successivamente rimpiazzata da sempre nuove conoscenze su di esso che sovente si confutano a vicenda, in nome di verità oggettive particolari. La scoperta artistica, invece, nasce ogni volta come un’immagine nuova e irripetibile del mondo, come un geroglifico della verità assoluta. Essa si presenta come una rivelazione, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo, la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza. L’artista le esprime creando l’immagine artistica che è uno strumento sui generis per cogliere l’assoluto. Per mezzo dell’immagine si mantiene la percezione dell’infinito dove esso viene espresso attraverso le limitazioni: lo spirituale attraverso il materiale, lo sconfinato grazie ai confini”.

RICORDI E SEPARAZIONI
Nel 1975 è la volta de "Lo specchio”, un immenso capolavoro. E' difficile esprimere a parole la grandezza di quest'opera: molto sinteticamente essa riporta le riflessioni del regista sulla sua vita, della quale compie un bilancio valutativo intorno ai quaranta anni. Dunque a prima vista verrebbe da dire: meta-cinema, ma in realtà “Lo specchio” è anche qualcos’altro. La trama del film si snoda intorno alla rappresentazione in parallelo del racconto dell'infanzia del protagonista e di immagini rappresentanti vicende storiche e della vita adulta del regista. Il tema principale potrebbe essere rappresentato dal destino dello stesso regista sia da bambino che da adulto, prima come spettatore, poi come protagonista. In buona sostanza questo film parla di ricordi e di separazioni. Descrivendole con immagini che non hanno una sequenza logica, egli paragona l'immagine della moglie a quella della madre, essenzialmente simili nella personalità, intrecciando questo insieme di ricordi con una poetica delicata, fatta di immagini rallentate e di numerosi primi piani. C’è una “sorta” di lentezza nella vicenda narrata, come se Tarkovskji chiedesse silenzio e concentrazione per una completa immedesimazione nelle vicende del film. Un film dove le molteplici generazioni si riflettono in un gioco di specchi, riproducendo all’infinito la medesima immagine. Lo Specchio potrebbe rappresentare la storia delle generazioni che si succedono nel corso tempo. Una storia personale che si riflette nella storia di un popolo e di una civiltà, la storia di un processo di difficile identificazione e di un “complesso materno”, che caratterizza la storia personale del regista e la storia collettiva di tutto il popolo russo. Nato durante un periodo di malattia del regista, questo capolavoro è caratterizzato da momenti di intensa riflessione sul proprio passato. Il regista vede le proprie vicende esistenziali proiettarsi nel vissuto del figlio, che è come lui costretto a subire le conseguenze della separazione dei genitori e di un’educazione fortemente condizionata dalla componente femminile materna. E’ come se Tarkovskij si abbandonasse ai ricordi della propria infanzia e di sua madre nella casa in campagna, durante lo sfollamento a causa della guerra. Diverse immagini si alternano senza alcuna sequenza logica: l’arrivo del nuovo medico del paese vicino, l’incendio di un fienile, il ritorno del padre dal fronte, il sogno della madre e della casa che sta per crollare. Ridestatosi dai ricordi, il regista chiama la madre al telefono e questa lo informa della morte di una sua cara compagna di lavoro di quand’era giovane. Riaffiora alla memoria un episodio di quando la madre lavorava nella redazione di una casa editrice: una giovane donna si affretta sotto una pioggia torrenziale per raggiungere la tipografia dove ha consegnato le bozze di una pubblicazione che dovrebbe andare in stampa.
La ragazza è affannata ed il suo arrivo in tipografia suscita un certo nervosismo. Si fa consegnare le bozze, le legge. A questo episodio ne succede un altro che ritrae gli esuli politici dalla Spagna. Immagini ricavate dalle riprese documentarie della guerra civile spagnola scorrono insieme ad altre di alcune manifestazioni di entusiasmo popolare, in occasione del lancio di palloni aerostatici in Unione Sovietica. Dopo di che il ricordo si sposta sul proprio figlio: un ragazzo prossimo all’adolescenza. Subito dopo una signora anziana con abiti ottocenteschi, compare nel soggiorno di casa ed il ragazzo è invitato a leggere da un quaderno alcune frasi sottolineate. Ed ancora la telefonata al figlio e un ricordo di guerra visto con gli occhi di ragazzo. Seguono altre immagini di repertorio: il passaggio dell’esercito sovietico attraverso un lago, uomini coperti di fango che sembrano uscire dalla terra, la presa di Berlino da parte dell’armata rossa e le foto del presunto cadavere di Hitler, poi i festeggiamenti per la fine della guerra a Mosca, il fungo della bomba atomica ad Hiroshima e Nagasaki. Tutte immagini che esprimono il punto di vista di Tarkovskji sulla storia però vista anche metaforicamente con gli occhi della Russia. Poi il ricordo doloroso della separazione dalla moglie. Poi il ricordo ritorna alla madre, a quando erano sfollati durante la guerra, e la madre si era venduta un paio di orecchini, per procurarsi da mangiare. Altri ricordi si affollano nella mente: la sorella, la nonna. E di ricordo in ricordo le immagini sfumano su un insieme di alberi al tramonto. Siamo all’epilogo di questo assoluto capolavoro, viaggio nel ricordo e nella separazione sia dello stesso Tarkovskji che anche del popolo russo ma oserei dire di tutta l’umanità.

EPILOGO
Dopo “Lo specchio” seguiranno altri tre capolavori assoluti: “Stalker” del 1979, “Nostalghja” del 1983 ed infine “Sacrificio” del 1986 uscito poco prima della Sua prematura scomparsa avvenuta a Parigi a fine Dicembre del 1986. (parte prima)
by Mariano Lizzadro

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7.10.07

Il "mare dentro" di Alejandro Amenabar

[pellicole -22]
Simbolicamente l’acqua è inizio di tutte le cose; l’acqua è ventre, è madre, è nascita, è simbolicamente eros. L’acqua è generazione allora di qualcosa che prende avvio e che dentro di essa si nutre. Questo quando il soggetto della propria vita è consapevolmente immerso e dall’acqua si fa “battezzare” e cullare. I moti dell’anima non sono però quelli in cui siamo immersi ma quelli che ci immergono; l’emotività nella sua totalità è qualcosa che ci possiede fino a prendersi tutto di noi stessi, fino a scuoterci, come fosse un mare dentro; tiepido o burrascoso questo non possiamo stabilirlo. I moti delle maree non si possono controllare. Avete mai pensato a quante onde e risacche in questo istante si rifrangono sulle rocce o violente seppelliscono qualche pezzo di spiaggia che prima sopravviveva? Ecco che la forza generatrice dell’acqua si ribalta nel suo contrario; ecco come si assiste, nella pellicola di Alejandro Amenábar, al declino di un’esistenza che nell’acqua per caso intravede tutto il futuro. La storia si basa su un fatto di cronaca realmente avvenuto: il protagonista è Ramon Sampedro che, a seguito di un incidente resta paraplegico; l’incidente è appunto casuale e altamente simbolico al contempo perché consente al regista la possibilità di scegliere l’acqua come metafora della vita stessa; un grande apeiron entro il quale si gioca la sorte crudele di Ramon visualizzata in forma circolare. Nell’acqua Ramon ha l’incidente: cade e sbatte la testa ad uno scoglio; perde conoscenza e per un attimo (il regista così fa intendere) galleggia e osserva il fondale; osserva la sospensione del proprio corpo e la distanza tra se stesso e il fondo muto. Quando viene tirato su, la sua esistenza si trasforma in qualcosa d’altro; il fondo muto è l’indistinto; è la caducità della sorte; è l’imprevisto che ti coglie un giorno qualunque e ti ribalta tutto nel suo contrario. Così è andata per Ramon; da attore a spettatore di una vita che prende un’altra direzione, una vita che forzatamente gli impone un’altra prospettiva. Ramon dopo l’incidente diventa infermo e il film racconta cosa vuol dire avere il “mare dentro”. Lo spazio e il tempo per Ramon Sampedro diventano due categorie estremamente sfilacciate; ciò che prima si concretizzava nel fare ora invece è trasformato nel non-fare; ciò che prima era considerato il luogo dell’agire, il mondo e tutte le sue direzionalità, ora è un letto. Il tempo diviene esclusivamente il tempo dell’interiorità; lo spazio solo quello dei suoi pensieri. Mare dentro è una pellicola intensa e struggente sul dolore umano ma soprattutto sull’eventualità; sull’imprevisto che ci coglie impreparati: quello che ci mette di fronte a cose a cui non avremmo mai voluto pensare … per esempio alla dignità del vivere e del morire. Amenabar non pare prendere posizione a riguardo; si limita a raccontare una storia, forse come tante, fatta di sofferenza e sogno, di impossibilità e rimpianti, ma è pur sempre una storia: la storia di un uomo che alla fine decide di morire. Una poetica eccezionale quella di Amenabar che ci ha regalato bellissimi cammini spirituali e crudeli al contempo. Da Tesis ad Apri gli occhi a The Others, percorsi molto diversi ma con una cifra comune, quella della dicotomia costante tra noi e noi stessi che a volte sono Altri o semplici incubi. È pur vero che il mare dentro appartiene un po’ a tutti i protagonisti di Amenabar e, come davanti ad uno specchio d’acqua, capiamo ad un tratto che fa parte anche di noi.
by Alessandra Pigliaru

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21.9.07

Tra passato e presente: lirismo, poesia e surrealismo nel cinema di Jia Zhang Ke

[pellicole -21]
(a tutti i cinefili discreti e silenziosi)
Jia Zhang-Ke è un esponente attivo del cinema indipendente cinese. Nato nel 1970 a Fengyang, una piccola città della provincia dello Shanxi a diciotto anni intraprende studi di pittura e si interessa alla letteratura scrivendo il suo primo romanzo nel 1991. Due anni dopo entra all’accademia di cinema di Pechino dove si laurea. Nel 1995 fonda il gruppo cinematografico sperimentale giovanile: la prima organizzazione indipendente del genere in Cina. L’esordio per questo giovane cineasta avviene con diversi film che trattano dell’urbanizzazione della Cina settentrionale e continua poi con “Il mondo” del 2004 che si occupa invece della vita in un megalitico parco divertimento tematico a Pechino. Per girare il mondo non servono tempo e soldi.
È tutto bello e pronto alla periferia di Pechino: in scala ridotta ci sono la tour Eiffel le Piramidi il Taj Mahal. “Il Mondo” è un mastodontico parco di divertimenti tematico in cui migliaia di ragazzi e ragazze ci lavorano tra attori guardiani e umanità varia. Vivono insieme nel Mondo, lì nascono e muoiono amori gelosie speranze. Questo film è una riflessione profonda sull’alienazione umana in una metropoli impazzita come Pechino. E’ lo sguardo di Jia Zhang-Ke che si posa su un luogo non-luogo che sarebbe una perfetta ambientazione per un epopea del post moderno. Nel 2006 è la volta di “Still life”, letteralmente natura morta, che vince il Leone d’oro alla mostra cinematografica di Venezia. “Still life” mostra la Cina moderna con i suoi cambiamenti, la sua povertà, lo sviluppo economico che ha toccato solo marginalmente le classi più povere, per esempio tutti ora hanno il cellulare, ma non tutti possono permettersi una vita dignitosa. L’incipit di questo meraviglioso film è dato da una carrellata di visi solcati dalla fatica e da inquadrature di corpi abbrutiti dal lavoro e dalle privazioni. Questo film narra delle storie di Han Sanming, un minatore dello Shanxi, che si reca a Fengjie in cerca della ex moglie che non vede da sedici anni e dell'infermiera Shen Hong, alla ricerca del marito che non torna a casa da due anni. Queste storie servono ad analizzare l'impatto che la costruzione della diga delle Tre Gole ha avuto sulla popolazione del vecchio villaggio di Fengjie, in parte già sommerso, anche se entrambi sono alla ricerca di una persona cara, le loro vite e la loro ricerca sono profondamente diverse. Gli oggetti inanimati, appunto gli “still life”, che caratterizzano i capitoli in cui è diviso il film, simboleggiano la possibilità di socializzazione con le altre persone ed evidenziano come Han Sanming venga emarginato e vengano rifiutati i liquori e le sigarette che lui offre, mentre Shen Hong, non offre nulla agli altri ma tiene per sé il the che ha trovato. L'integrazione di Han avverrà attraverso il dono di una caramella e da quel momento troverà una grande solidarietà tra i suoi compagni di lavoro, tanto che andrà via con loro, mentre alla fine Sheng andrà via sola. I due protagonisti potrebbero rappresentare anche i due aspetti della nuova Cina: quella che rimane ancorata al passato, che sarà sommersa come lo è stata la città, e il presente di chi come Shen si lascia tutto alle spalle. Spiazzano, in un film così ancorato alla realtà da sembrare quasi uno studio socio-etnografico, gli elementi extraterrestri e surreali che ogni tanto compaiono nel film. Dunque due tristi storie d’amore e lontananza. Nel villaggio di Fengjie, luogo desolato e sommerso dall’acqua a causa della costruzione della diga delle Tre Gole, Han Sanming è un uomo che giunge con l’obiettivo di ritrovare la moglie e la figlia ma si ritrova a lavorare come demolitore per potersi permettere il soggiorno. Shen Hong invece è un’infermiera alla ricerca del marito che fa l’ingegnere a Fengjie e che non vede da due anni e sul quale scoprirà verità poco piacevoli che la porteranno a un’importante scelta di vita. “Still life” narra di due storie d’amore con uno stile essenziale e minimalista che fa da contrappunto a uno spaccato sulla realtà sociale della Cina odierna. In questo scenario arido, ritratto dal regista con timore e sentita partecipazione attraverso una macchina da presa delicata e spesso immobile, si consumano queste due storie sommesse, sussurrate e silenziose. La telecamera segue il tono emotivo della vicenda, accordandosi ai sentimenti dei due protagonisti che non urlano il proprio dolore. L’impressione che deriva da queste immagini liriche poetiche e surreali è di commossa partecipazione che, insieme all’acqua che ha sommerso il villaggio di Fengjie, pare aver investito il cuore dei suoi abitanti e dei due visitatori. Il vecchio villaggio di Fengjie, é stato abbandonato perchè al centro di un territorio dove é stata costruita un'immensa diga ed è completamente sommerso dall’acqua. Un minatore ritorna al suo vecchio paese in cerca dell'ex moglie e quando s'incontrano decidono di risposarsi. Shen Hong, un'infermiera torna a Fengjie per cercare il marito che non si fa vedere da due anni, ma, dopo aver ballato insieme decide di lasciarlo e gli chiede il divorzio. Han Sanming compie in nave tutto il viaggio dallo Shanxi fino a Fengjie con il solo scopo di ritrovare la figlia che non ha mai visto. L’unico indizio che ha è un pacchetto di sigarette con scritto l’indirizzo della sua ex moglie. Comincia così il suo peregrinare per la città. Shen Hong invece con l’aiuto di un vecchio amico del marito riuscirà a rivedere lo stesso e ad annunciargli la propria decisione a proposito del loro matrimonio. Han scopre che la via dove abitava la moglie è stata sommersa dall’acqua nella prima fase di costruzione della diga. Quindi in attesa di trovare moglie e figlia, inizia a lavorare come demolitore insieme ad altri operai che fanno letteralmente a pezzi quegli edifici che sono stati sfollati perchè saranno sommersi dalle acque imprigionate dalla mastodontica diga. Shen scopre gli altarini del marito, ingegnere a capo del progetto di demolizione della parte della città che verrà sommersa ha una relazione con un’altra donna. Come nelle scatole cinesi viene fuori che Han è stato abbandonato da una moglie che aveva comprato per 3000 yuan, dopo essere stato scoperto dalle autorità. In Cina infatti, specialmente nelle regioni povere, le donne in eccesso vengono vendute al migliore offerente. Nonostante ciò Han è un marito di molto migliore rispetto a quello di Shen e il finale della sua storia renderà giustizia alla sua bontà. Il marito illegittimo ma buono viene perdonato, il marito leggittimo ma fedifrago viene punito. Quello di “Still life” è un cinema fatto di silenzi e commossa partecipazione al dramma di queste persone filmate e narrate: sembrerebbe quasi che nello stesso modo in cui la città è stata sommersa dall’acqua, così anche il calore dei suoi abitanti è stato ricoperto da strati e strati di progresso. La critica è sottile e quasi sussurrata, niente a che vedere con urla ed insulti, la vicenda si dipana sullo sfondo di due storie d’amore. Le scene che mi si sono impresse come fotografie nella mente sono: Shen Hong pensierosa che volge lo sguardo verso lo stupendo panorama delle Tre Gole deturpato da una torre in cemento armato e d’improvviso quasi come a rispondere ai desideri della ragazza, l’orribile torre decolla come farebbe un’astronave restituendo agli occhi ed all’anima lo splendido panorama, e quella di Han Sanming che conclusa la sua ricerca, sta per tornare alla miniere della natia Shanxi e sullo sfondo un operaio equilibrista passa da un edificio in demolizione all’altro camminando su un filo sospeso nel vuoto. Quest’ultima è una potente immagine-metafora della Cina di oggi, paese che sta in equilibrio tra antico e moderno, tra conservazione del paesaggio e sviluppo tecnologico. Proprio come un equilibrista, il confine tra il restare in equilibrio e il cadere è molto labile. Come mostra il film, sulla stampa di alcune banconote vi è da una parte l'immagine di Mao e dall'altra quella delle Tre Gole. Per realizzare l'immensa opera è necessario sommergere la città di Fengjie. La fine di questo luogo è vista con gli occhi di due persone entrambe alla ricerca del partner e mostra in effetti l’altra faccia del miracolo economico: la diga sommergerà una zona tanto bella da finire anche sulla carta di una banconota. Questo film racconta di un’umanità che non immagina nemmeno lontanamente l’esistenza del “diritto alla felicità”, con una commozione ed un lirismo che tocca i vertici della poesia per immagini ed ove non mancano tocchi di surrealismo come ad esempio l’uomo nella valigia o il disco volante.

by Mariano Lizzadro

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21.8.07

Madre e Figlio nel cinema di Aleksandr Sokurov

[pellicole -20]
Madre e figlio vedono gli stessi sogni. Di giorno e di notte si stringono nel dolore dell’attesa. La perdita è lì, nello scrosciare dei rami, nel treno che in lontananza si scorge tra l’erba autunnale. Lui cammina e tiene in braccio la Madre, divenuta piccola e sottile; ogni tanto si ferma e quando la adagia nel ventre di un albero, l’immagine si dilata. L’esistenza sembra dipinta di colori fiamminghi; eppure tutto segue il suo ordine, il soggetto anche nel dolore e nella malattia sembra che abbia sempre fatto parte dello scenario onirico di Aleksandr Sokurov.
Dinanzi al corso degli eventi, senza interferenze esterne, lo scacco del linguaggio trova rifugio nell’immagine. Gli splendidi quadri che il film di Sokurov offre alla vista sono quelli di un panteismo sognato e agognato, dove il Dio che abita nel petto agita solo la coscienza nascondendosi nelle trame fitte di un bosco. Il cinema di Sokurov è un luogo profondo dove lo spettatore è traghettato verso i meandri più oscuri dell’intimità. Una madre e un figlio si trovano in un altrove, ai bordi del mondo, e attendono dopo aver visto e udito tutto. L’incubo della malattia riposa nello sguardo del figlio che ogni tanto si volta come a presagire l’evento ineluttabile. Dopo aver interrogato silenziosamente il paesaggio e la natura nella sua crudele ma sublime trasformazione, il figlio fa ritorno a casa. Silenzio, ancora. La cinepresa chiude sulla mano stanca della donna che, ormai senza vita, tiene incastrata tra le dita una farfalla, simbolo di fragilità e bellezza. Al figlio rimane il sogno che si paga sempre col prezzo del mattino.
by Alessandra Pigliaru

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6.8.07

A est del Sud: Visconti, Pasolini e la Lucania

[pellicole -19]

“Per me spirituale corrisponde a estetico, non religioso. La mia idea che le cose quanto sono più piccole e umili, tanto più grandi e belle sono nella loro miseria" (Pier Paolo Pasolini)

Quando Luchino Visconti approda in Lucania nel 1959 per effettuarvi dei sopralluoghi con l’intento di girarvi delle scene per il film “Rocco e i suoi fratelli” è accompagnato dal fotografo di scena Piero Ronald. Le fotografie relative a questi sopralluoghi saranno ritrovate negli archivi viscontiani molti anni dopo.
Nel 1963 Pier Paolo Pasolini si reca in Palestina, è in cerca di location per realizzare “Il Vangelo secondo Matteo”, il film verrà successivamente girato in Italia ed il grosso degli esterni in Lucania.
Nel 1968 esce il film “Teorema”, la regia è di Pier Paolo Pasolini”, in una casa borghese arriva un ospite inatteso, è riservato ed assorto e passa gran parte del suo tempo a leggere Rimbaud, la sua estraneità incuriosisce la famiglia e tutti lo conosceranno intrattenendo rapporti sessuali con lui. Quando se ne andrà in maniera inattesa così come era arrivato, nulla sarà come prima, ogni componente della famiglia cercherà un’alterità di cui l’ospite era portatore.
Le scene che Visconti voleva girare in Lucania e relative al film “Rocco e i suoi fratelli” prevedevano le riprese del funerale del padre della famiglia Parondi, le cui vicende sono narrate nel film, la tintura degli abiti di nero, l’attesa dei disoccupati in cerca di lavoro e la partenza di questi alla volta del nord.
Scene che non saranno mai girate, infatti il film inizia con l’arrivo degli emigranti alla stazione di Milano.
Visconti aveva dichiarato nel 1960 ai “Cahiers du cinéma” che il suo film non era un melò ma una tragedia realistica.
“Il Vangelo secondo Matteo” è un film realisticamente metafisico, nel senso che abbandona la ricerca del mistero della vita e della morte per indagare sul senso del sacro,.l’ospite silenzioso del film “Teorema” impersonifica il Sacro, la sua ieraticità e la sua apparente presenza senza qualità servono a demistificare l’identità degli altri, mettendoli di fronte al vuoto delle loro coscienze.
Le comparse lucane presenti nel film, poco recitato, sono silenziose, palano i loro sguardi e i loro profili orientali.
Visconti decide invece di non far parlare quegli sguardi, il suo è un film sull’emigrazione, un film che dovrebbe rappresentare la vita di una famiglia trapiantata al nord, i suoi personaggi principali personificano l’ambizione, l’onore e la colpa.
Temi dostojevieskianii ed universali.
Pasolini sacralizza una parte del sud ed il suo sottoproleteriato.
Temi Tolstojani
Visconti rende omaggio a Scotellaro intitolando il film “Rocco e i suoi fratelli”
I lucani, nel frattempo sono sempre più ospitali o ... ospiti nella propria terra.

by Antonio Savella

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16.7.07

Il viaggio di Federico Fellini

[pellicole -18]
(allo spirito “Felliniano” che alberga in me!)
Avrei voluto scrivere soltanto un breve scritto su “Il viaggio di G. Mastorna” come emblema dell’altro lato dell’universo Felliniano, o come avrebbe detto Jung sull’archetipo dell’Ombra, ma alla fine ha prevalso il mio aspetto logorroico e catalogatore… quindi ecco l’ennesimo malloppone!
LA VITA E’ UN LUNGO VIAGGIO!
Federico Fellini nasce su un treno, vicino ad una stazione di Rimini, il venti Gennaio 1920 da una famiglia di origine piccolo - borghese. Fin da piccolo dimostra un'attitudine nell'inventare storie e creare personaggi. Il disegno è un altro modo per dare forma alle sue fantasie, alimentate da una curiosità irrefrenabile. Diventa un avido divoratore di fumetti, Happy Holligan, Arcibaldo e Petronilla, Felix the Cat, Bibì e Bibò, pubblicati sul "Corriere dei Piccoli". Frequenta il liceo classico della città e comincia a fare i primi guadagni come caricaturista, realizzando ritratti di attori celebri per il gestore del cinema Fulgor. Nell'estate del 1937 fonda, in società con il pittore Demos Bonini, la bottega "Febo", dove esegue caricature per i villeggianti della riviera. Nel 1938, superati gli esami di maturità, pubblica alcune vignette su "La Domenica del Corriere" e collabora al settimanale politico-satirico fiorentino "420" con brevi racconti, rubriche e disegni, firmati con lo pseudonimo “Fellas”. Nel 1939 si trasferisce a Roma e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma non terminerà gli studi. Comincia a collaborare con il “Marc'Aurelio”, bisettimanale umoristico e satirico - politico di grande successo, pubblicando racconti a puntate e rubriche in serie. Fin dai primi tempi del soggiorno romano, frequenta il mondo dell'avanspettacolo e della radio. Inizia a lavorare come "gagman", scrivendo le battute di alcuni film interpretati da Erminio Macario. Grazie all'amico Ruggero Maccari, conosce il comico Aldo Fabrizi per il quale inizia a comporre sketch radiofonici e testi per spettacoli di varietà e film. Alla radio incontra, nel 1943, Giulietta Masina che sta interpretando il personaggio di Pallina, ideato dallo stesso Fellini, nella commedia “Le avventure di Cico e Pallina”. Nello stesso anno si sposano. Negli anni della guerra collabora alla sceneggiatura di una serie di film fra i quali: “Avanti c'è posto”, “Campo de' fiori”, e “Chi l'ha visto?”. Nel 1944, in una Roma appena liberata dalle truppe armate, Fellini apre un negozio di ritratti e caricature. L’anno dopo Fellini firma la sceneggiatura di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, con il quale collaborerà anche alla sceneggiatura e alla realizzazione di “Paisà”. Insieme a Pietro Germi firma la sceneggiatura de
“Il cammino della speranza”, e “La città si difende”, invece con Alberto Lattuada “Il delitto di Giovanni Episcopo”, “Senza pietà” e “Il mulino del Po”. Sempre in collaborazione con Lattuada, esordisce alla regia all'inizio degli anni '50 con “Luci del varietà”. Nel 1952 dirige il suo primo film da solo: “Lo sceicco bianco”.
Con “I Vitelloni” nel 1953 viene conosciuto anche all'estero e vince il suo primo premio: Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1953 partecipa anche ad un progetto, messo in piedi da Zavattini: un film a episodi intitolato “L'amore in città” in cui Fellini dirige l'episodio “Agenzia matrimoniale”. Nel 1954 gira “La strada” e riceve il primo Oscar. L'anno seguente gira “Il bidone”. Il secondo Oscar arriva nel 1957 con “Le notti di Cabiria” alla cui scrittura dei testi partecipa anche Pier Paolo Pasolini. Nel 1960 gira “La dolce vita” con cui vince la Palma d'oro al Festival di Cannes. Nel 1962 Fellini presenta “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio di Boccaccio '70, altro film collettivo. Nel 1963 esce il film autobiografico “Otto e mezzo”, vincitore dell'Oscar come miglior film straniero e per i costumi. “Giulietta degli Spiriti” del 1965 è il suo primo lungometraggio a colori. “Toby Dammit”, episodio del film collettivo “Tre passi nel delitto” è del 1967. Poi gira “Fellini Satyricon” nel 1969. Sempre nella seconda metà degli anni sessanta, Fellini sperimenta sotto controllo medico LSD. Scrive il soggetto de “Il viaggio di G. Mastorna”, film che non girerà mai ma che rimarrà un caso unico nella storia del cinema. L'anno seguente dirige “Block-notes di un regista”. Nel 1970, collabora con la televisione realizzando “I clowns” per la RAI. Nel 1972 dirige “Roma”. Il 1973 è l'anno di un altro grande successo di Fellini: “Amarcord”, per il quale vince il quarto Oscar. Nel 1976 dirige “Il Casanova”. L'anno seguente è alle prese con “Prova d'orchestra” che verrà proiettato nelle sale cinematografiche nel 1979. Nel 1980 è la volta de "La città delle donne". Nel 1983 dirige “E la nave va” ed espone i suoi disegni in una mostra a Parigi. L'anno seguente gira uno spot pubblicitario per la Campari. Nel 1985 torna a dirigere la moglie, Giulietta Masina, nel film “Ginger e Fred”. Riceve il Leone d'oro alla carriera, alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1986 pubblica “Viaggio a Tulum” sul Corriere della Sera. Nel 1989 dirige il suo ultimo film: “La voce della luna”. Nel 1992 è di nuovo alle prese con la pubblicità, realizzando uno spot per la Banca di Roma. L'anno seguente riceve l'Oscar alla carriera a Los Angeles. Ad agosto del 1993 viene colpito da un attacco cerebrale al Grand-Hotel di Rimini. Muore il 31 ottore a Roma.

LE STORIE DI FELLINI
Fin da “Luci del varietà” del 1950, ossia dal suo primo film, Fellini racconta le storie, le vicende, un viaggio, la cui protagonista è Liliana, una bella ragazza di provincia, che vuole affermarsi nel mondo dello spettacolo. Fugge di casa e si unisce ad una piccola compagnia d'avanspettacolo. Il direttore, Checco, se ne innamora e la fa esordire immediatamente. E' un esordio fortunato, con tanti applausi, anche perché durante un numero a Liliana scivola un gonnellino. Alcuni giorni dopo la compagnia è invitata a casa di un ricco avvocato di paese, che tenta un approccio notturno con Liliana. Interviene Checco, geloso, e scatena una baraonda al termine della quale tutti i guitti vengono cacciati via. Checco e Liliana lasciano la compagnia alla ricerca di un ingaggio favorevole: l'unica offerta viene fatta a Liliana, ma la gelosia di Checco la fa saltare. Questi, con i soldi avuti in prestito dalla sua compagna Melina, anch'essa nella vecchia compagnia, tenta di formarne una nuova con altri artisti. Ma prima dell'esordio Liliana lo abbandona e firma un contratto con un altro impresario, colpito anch'esso dalla sua avvenenza. A Checco non resta che tornare con i vecchi compagni e con Melina, che lo ha perdonato. La compagnia è di nuovo insieme, e sta viaggiando in treno alla ricerca di qualche buona "piazza" quando nel vagone appare una bella ragazza. Checco la nota subito e la storia ricomincia. Ne “Lo sceicco bianco” Fellini tratteggia la storia di due sposi novelli, Ivan e Wanda, che sono in viaggio di nozze a Roma per l'anno Santo. Lui, pignolo e metodico, di famiglia borghese, ha già preparato un programma per il viaggio, con annessa visita al Papa. Lei, appena arrivata a Roma, lascia l'albergo per mettersi alla ricerca dello "sceicco bianco", il protagonista di una serie di fotoromanzi di cui è appassionata lettrice, al quale ha scritto decine di lettere. Wanda riesce a trovare il suo idolo sul set approntato a Fregene, dove stanno girando un nuovo episodio. La ragazza decide di unirsi alla troupe. Intanto Ivan, disperato, la sta cercando per tutta la città, nascondendo a parenti e amici romani, con bugie e complicati inganni, la fuga della moglie. Sulla spiaggia di Fregene Wanda, coinvolta in sgradevoli disavventure, scopre che il suo eroe è molto diverso da come lo aveva sognato: è un pover’uomo succube della moglie e il mondo dei fotoromanzi non è quello da lei immaginato. Delusa, tenta di uccidersi in maniera goffa gettandosi nel Tevere. Viene salvata e finalmente torna in albergo dal marito, appena in tempo per correre a San Pietro, dove li aspettano i parenti per la visita al Papa. Invece ne “I vitelloni” la vicenda prende avvio da una festa all’aperto in una cittadina della riviera romagnola. Riccardo si esibisce come cantante, ma un acquazzone interrompe il tutto causando un fuggi fuggi generale. Nella confusione salta fuori che Sandra, sorella di Moraldo, aspetta un figlio, quindi dovrà sposarsi con Fausto. Arriva l'inverno e riprende la vita monotona di provincia, gli amici di Fausto trascorrono le loro giornate tra caffé e scherzi puerili. Sono i "vitelloni", viziati e mantenuti dalle famiglie: Alberto, con il suo faccione da bambino, eterno buffone che si fa dare i soldi dalla sorella, Leopoldo, tutto preso da sogni di successi letterari, Riccardo, pigro e indolente e Moraldo, il più giovane e desideroso di lasciare tutti e andare a Roma. Di ritorno dal viaggio di nozze, Fausto accetta di lavorare: farà il commesso in un negozio di arredi sacri. Ma si mette a corteggiare la moglie del proprietario e Sandra, appena lo scopre, fugge di casa con la bambina da poco nata. Fausto e Moraldo, assieme agli altri amici, si mettono alla sua ricerca, ma lei non è lontana, è in casa del suocero, che punirà a cinghiate il figlio scapestrato. I "vitelloni" ricominciano la solita vita, fra delusioni famigliari e
professionali, solo Moraldo riesce finalmente ad andarsene. Sul treno immagina i suoi amici per i quali nulla cambia. Successivamente è “La strada” a continuare questo viaggio nelle storie dell’universo Felliniano, con le vicende di Zampanò che si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina, una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Diventata a forza la sua amante, Gelsomina, creatura sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Finiti in un circo, Gelsomina conosce il Matto, strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi, in un litigio, involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l'abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta, e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine: abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta. Ne “Il bidone”, Roberto, Picasso e Augusto sono tre specialisti del "bidone": truffano ingenui contadini a cui si presentano vestiti da preti, poi estorcono denaro a dei baraccati con la promessa di una casa ed infine, vendono a sprovveduti benzinai vecchi cappotti spacciati per nuovi. Sono insieme in una festa, quando Iris, moglie di Picasso, scopre la vera attività del marito. Anche la figlia di Augusto non sa quali loschi traffici compia il padre, è al cinema con lui quando una vittima di Augusto lo riconosce e lo aggredisce. Arrestato, finisce in galera. Ma appena fuori riunisce di nuovo la banda e ripete la truffa con il travestimento da cardinale. Alla vista di una ragazza paralitica, coetanea della figlia, viene preso dai rimorsi e vorrebbe restituire il maltolto. Poi ci ripensa e cerca di truffare gli altri della banda. Allora scoppia una rissa e Augusto, cercando di fuggire, cade in un burrone spezzandosi la spina dorsale. I compari non lo soccorrono, arraffano i soldi e fuggono. Augusto muore in un'agonia lenta e atroce. “Le notti di Cabiria” narrano le vicende di Cabiria che è una prostituta dall'esistenza infelice. Ha rischiato di essere uccisa da un amico per i suoi soldi, un celebre attore si fa beffe di lei e persino le sue compagne di strada si divertono alle sue spalle. Sconfortata, si reca al santuario del Divino Amore e presa dall'enfasi di una cerimonia religiosa, prega anch'essa, che un miracolo le faccia cambiare vita. E il miracolo sembra avverarsi. Infatti dopo che un illusionista le ha predetto un futuro roseo, Cabiria incontra Oscar, che le dichiara il suo amore, lei lo ricambia affidandogli i suoi risparmi. Ma Oscar è interessato solo a questi, e tenta addirittura di ucciderla. Cabiria riesce ancora una volta a scamparla e si rende conto che è la sua ingenuità a complicarle la vita. Disperata, vaga in un bosco, di notte, dove incontra un gruppo di giovani allegri e felici. E Cabiria ritrova il sorriso, smette di piangere, pronta a riprendere la sua strada. Con “La dolce vita” Fellini racconta la storia di un giornalista di un rotocalco scandalistico, Marcello che spera di poter diventare un giorno uno scrittore serio. Nel frattempo si trova completamente immerso nella "dolce vita" romana, tra avventure sentimentali con un'aristocratica sempre alla ricerca di emozioni nuove, il tentato suicidio di Emma, la compagna che lo opprime con la sua gelosia, e il vano corteggiare Sylvia, celebre ed esplosiva diva dello schermo che si esibisce in un sensuale bagno nella Fontana di Trevi. Poi, la falsa visione della Madonna inventata da due bambini e l'incontro con un raffinato intellettuale, Steiner di cui Marcello ammira la famiglia e quella che crede un'esistenza ideale. Ma Steiner si toglie la vita, dopo aver ucciso i figlioletti. Le vicende esistenziali di Marcello si susseguono senza sosta: il malore del vecchio padre che è venuto a trovarlo, l'abbandono di Emma. Dopo l'ennesima orgia notturna, all'alba gli stanchi e stralunati partecipanti trovano la carcassa di un mostro marino arenatosi sulla spiaggia. Su “Otto e mezzo” sono state spese miliardi e miliardi di parole. In breve Guido Anselmi è un famoso regista alla ricerca di riposo e di un po' di evasione in una rinomata stazione termale. Realtà e immaginazione si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe dargli cura e distensione si popola dei personaggi che fanno parte della sua vita. L'arrivo dell'amante Carla, poi di Luisa, la moglie, e dell'attrice Claudia, mitico simbolo di puri sentimenti, e contemporaneamente i colloqui con il produttore, i tecnici, con gli abituali frequentatori delle Terme, veri o irreali che siano, aumentano la confusione di Guido e fanno venire a galla i ricordi più lontani della sua vita: il collegio, i suoi genitori, che poi incontrerà, ormai morti da tempo, in un cimitero. Guido è in crisi, forse dovrà rinunciare al film a cui sta lavorando. Quando ormai sta abbandonando definitivamente il progetto del nuovo film, sul set dimesso appaiono di nuovo i personaggi della sua vita: Guido in mezzo a loro con il megafono impartisce ordini, e tutti obbediscono in armonia e si danno la mano, formando una catena che sfila gioiosa sulle note della marcetta dei gladiatori. “Giulietta degli spiriti” prende le mosse da una villa di Fregene, in cui una ricca signora borghese, Giulietta, trascorre l'estate. In occasione dell'anniversario del suo matrimonio con Giorgio, viene organizzata una festa durante la quale si svolge una seduta spiritica. Si evocano fantasmi erotici e scurrili e le offese di uno di questi, assieme al dubbio che Giorgio la tradisca, mettono in crisi di identità Giulietta. Non ha nessuno con cui confidarsi: è sola con le sue contraddizioni, tra il perbenismo bigotto e la tentazione di vivere senza inibizioni. Una vicina di casa, Susy, l'invita nella sua villa. Qui Giulietta può finalmente lasciarsi andare, visto che ha avuto le prove del tradimento del marito. Ma i sensi di colpa la fanno fuggire e visioni contrapposte quasi sconvolgono la sua mente. Con l'aiuto di una psicoanalista riesce a reagire: affronta una vera e propria battaglia con i suoi condizionamenti, le tentazioni, i fantasmi. Alla fine, vittoriosa e in abito bianco, va incontro al vento che impetuoso soffia dal mare. Successivamente è la storia di un giovane attore inglese, Toby Dammit, alterato da droga e alcool che arriva a Roma. Sarà lui il protagonista del primo western cattolico. E' subito circondato da fotografi, giornalisti, produttori e persino ecclesiastici. Tutto è pronto per celebrare l'avvenimento. Ma lui è insensibile a quanto lo circonda: feste, sfilate di moda, premiazioni. Niente lo scuote dalla sua apatia. Solo quando una misteriosa bambina gli lancia per gioco una palla, Dammit sembra reagire. Durante l'ennesimo ricevimento insulta i presenti e fugge via sull'automobile regalatagli dai produttori. Comincia una corsa sfrenata a folle velocità per il centro e la periferia di Roma in cui non si accorge di alcuni segnali di pericolo e un cavo d'acciaio gli tronca di netto la testa, che rotola in un prato. La bambina la raccoglie come fosse un pallone. “Fellini Satyricon” racconta di due giovani romani, Ascilto ed Encolpio, che sono innamorati dell'efebo Gitone. Ascilto lo ruba ad Encolpio e lo vende a Vernacchio, attore di scurrili pantomime. Encolpio riesce a riprendersi Gitone e con lui si rifugia in un palazzo, dimora di viziosi. Arriva anche Ascilto, e Gitone rivela che è lui il "preferito". Encolpio immagina il suicidio, ma un terremoto distrugge il palazzo. Scampato il pericolo, Encolpio incontra il vecchio poeta Eumolpo che lo accompagna da Trimalcione, uno schiavo liberato e arricchito. Durante la festa nella sua villa, il vecchio poeta viene bastonato a sangue e Trimalcione si fa vanto di mostrare la sua tomba. Encolpio, fatto schiavo, ritrova sulla nave del pirata Lica, Gitone e Ascilto. Gitone è costretto ad accoppiarsi con una bambina mentre Encolpio, sconfitto in duello da Lica, diviene suo sposo. Le peripezie dei tre continuano: Encolpio diventa impotente, viene curato con il fuoco sacro di Enotea, si batte con il Minotauro. Poi, quando Ascilto muore, si imbarca sulla nave di Eumolpo, diretta in Africa, e rifiuta, alla morte del vecchio poeta, di cibarsi delle sue membra, rinunciando così a divenirne erede. “I clowns” si ambienta in un circo. Il montaggio di un tendone da circo viene osservato con curiosità da un bambino. La vista dei clown gli ricorda alcuni personaggi della vita reale. Fra gli altri una energica monaca nana, il capostazione "Cotechino" tutto preso dal suo ruolo, il vetturale "Madonna" che litiga continuamente con i colleghi, "Giudizie" che rifà la prima guerra mondiale. Poi l'azione si sposta ai giorni nostri: Fellini, all'interno di un'inchiesta televisiva, si mette alla ricerca di vecchi clown per ascoltare i loro ricordi. Dopo aver visitato il circo di Liana Orfei, Fellini e la sua troupe vanno a Parigi, dove intervistano uno scrittore che si occupa in particolare della storia dei clown. Assieme allo scrittore, Fellini rintraccia vecchi pagliacci, i pochi sopravvissuti a un mondo che non c'è più. Il regista filma i loro volti ormai invecchiati e tristi. L’incipit di “Roma” è la Rimini degli anni Trenta in cui un ragazzo ospite di un collegio di religiosi immagina Roma descritta dai suoi insegnanti e dalla retorica del regime fascista. Nel 1939, a venti anni, parte per la capitale e scopre il suo vero volto: i piccoli personaggi di una pensione popolare, le trattorie all'aperto, i bambini nelle strade. Poi si passa al 1972, agli ingorghi del raccordo anulare, con Fellini che gira un film in una città colma di turisti, tra i giovani che lo rimproverano per il suo disinteresse per la politica. Torna alla memoria l'immagine di un teatrino d'avanspettacolo rionale, con il pubblico vociante in fuga per un allarme aereo. Poi la scena si sposta nella galleria della metropolitana in costruzione, quando la scoperta di reperti archeologici fa sospendere i lavori. Quindi gli hippie di Piazza di Spagna, e la fauna variegata dei frequentatori, ricordo ormai lontano, dei bordelli degli anni quaranta. C'è anche una sfilata di moda ecclesiastica, una festa popolare a Trastevere, la confusione generale, con la polizia che manganella e i motociclisti rombanti nella notte. “Amarcord” parte ancora una volta dalla Rimini degli anni trenta in cui l'adolescente Titta cresce fra educazione cattolica e retorica fascista. Suo padre, Aurelio, è un capomastro anarchico e antifascista. Sulle sue spalle oltre i due figli, la moglie e l'anziano padre, piuttosto arzillo, vive anche il cognato sbruffone e perdigiorno e lo zio "Pataca". Suo fratello Teo è invece chiuso in manicomio. La cittadina è popolata da personaggi singolari, come “Volpina” la ninfomane, “Giudizio” il matto, “Biscein” il fanfarone, l'avvocato dalla retorica facile, il motociclista esibizionista, il cieco che suona la fisarmonica. Titta frequenta il liceo cittadino, dove le interrogazioni si alternano agli scherzi a insegnanti e compagni. La sua vita erotico - sentimentale si divide fra l'inarrivabile “Gradisca”, i grossi seni della tabaccaia e i balli d'estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. Con il borgo condivide il trascorrere delle stagioni, con i fuochi per festeggiare l'arrivo della primavera e gli eventi, il passaggio della Mille Miglia e quello del transatlantico Rex e la visita del gerarca fascista. La morte della madre e il matrimonio di “Gradisca” segnano la fine della sua adolescenza. “Il Casanova” descrive le vicende del noto libertino Gian Giacomo Casanova. L’incipit è dato dalla festa durante il carnevale di Venezia in cui Casanova accetta di mostrare la sua valenza amorosa con suor Maddalena e compiacere così l'amante guardone della donna, l'ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall'Inquisizione con l'accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d'Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell'immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore. Fra i suoi amori c'è quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e lo abbandona. A Roma partecipa a una gara amatoria con un popolano, vincendola.
A Roma incontra anche il Papa e la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, l'impiego come bibliotecario, il suo fascino svanito, l'oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano. Con “Prova d’orchestra” Fellini racconta le vicende all'interno di un antico oratorio in cui si svolgono le prove di un concerto sinfonico. Gli strumentisti arrivano a gruppetti e prendono posto. Ci sono anche, in un angolo, i rappresentanti sindacali. Un giornalista televisivo intervista i musicisti: ognuno parla del suo strumento e delle sue esperienze. All'arrivo del maestro, che si esprime con spiccato accento tedesco, la prova inizia con calma. Poi all'improvviso si interrompe per le proteste degli orchestrali. Il direttore abbandona la sala per il suo camerino dove lo segue il giornalista per intervistarlo. Intanto nell'oratorio è la rivoluzione. Tutto viene contestato, dal direttore agli spartiti, l'anarchia e il disordine regnano, con le pareti imbrattate da scritte e simboli di rivolta. D'un tratto l'edificio inizia a tremare, scosso da colpi sempre più forti finché una gigantesca palla di acciaio non sfonda i muri e nel crollo muore l'arpista. Dopo momenti di confusione e grida di terrore torna il silenzio e la prova riprende. Di nuovo sul podio, il direttore d'orchestra impartisce i suoi ordini, come un dittatore. “La città delle donne” inizia con un treno che attraversa la campagna. In uno scompartimento sonnecchia Snàporaz, un distinto cinquantenne. Appare un'avvenente sconosciuta e l'uomo la segue. Nella toilette i due iniziano a flirtare, poi la donna scende all'improvviso dal treno, in un paesaggio misterioso. E dietro lei, Snàporaz. Al Grand Hotel Miramare si sta svolgendo un convegno internazionale di femministe. Mentre continua la ricerca della misteriosa passeggera, Snàporaz, scambiato per un giornalista, viene aggredito. Salvato da una soubrette sui pattini, nella fuga scivola per le scale e piomba nelle cantine, dove incontra un donnone che, in moto, lo accompagna alla stazione ma che non appena si trovano in aperta campagna, cerca di violentarlo. E Snàporaz fugge ancora inseguito da donne inferocite. Si rifugia nel castello del dottor Katzone, suo ex compagno di scuola intento a festeggiare la sua carriera di libertino. Qui incontra sua moglie che, ubriaca, lo copre di insulti, e la soubrettina salvatrice. Dopo aver ripercorso alcune tappe della sua educazione sentimentale, viene catturato dalle femministe. La sua mongolfiera dalle forme di donna viene sgonfiata a colpi di mitra. Mentre sta precipitando, Snàporaz si risveglia in treno, seduto davanti alla moglie, poco prima che il convoglio imbocchi un lungo tunnel. “E la nave va” è la storia di un transatlantico, Gloria N., pronto a salpare. Siamo nel porto di Napoli, è il luglio del 1914. Intorno al molo una folla di scugnizzi e venditori ambulanti, mentre in fretta giungono i passeggeri per imbarcarsi. Arrivano anche le ceneri di una famosa cantante, Edmea Tetua, è per spargere queste in mare che è stata organizzata la crociera verso Erimo. A bordo c'è anche un giornalista, Orlando, che intrattiene i passeggeri, in gran parte cantanti, direttori d'orchestra, ammiratori di Edmea. Una cantante vuole carpire i segreti della sua bravura, un nobile italiano trasforma la sua cabina in un tempio dedicato ad Edmea. Dalla stiva sale il fetore insopportabile di un rinoceronte, che poi viene issato sul ponte e lavato. Vengono raccolti naufraghi serbi fuggiti dopo l'attentato di Sarajevo. La vita a bordo si anima, finché giunti in vista di Erimo le ceneri di Edmea sono sparse in mare. Un serbo lancia una bomba contro una nave da guerra austro ungarica e questa cannoneggia la Gloria N. che affonda, anche l'ammiraglia austro ungarica cola a picco esplodendo. Il giornalista Orlando si ritrova su una scialuppa di salvataggio assieme al rinoceronte, che rumina placidamente.
“Ginger e Fred” parte dalla stazione Termini in cui scende Amelia, ex ballerina soprannominata "Ginger", vedova e proprietaria di una piccola industria. Deve apparire in televisione per ballare, trent'anni dopo, col suo vecchio partner Pippo, in arte "Fred". E' il periodo natalizio, c'è una grande confusione. Ginger sale su un pulmino dove incontra strani personaggi, arriva in un grande albergo dove tutto il personale è davanti alla tv, preso da una partita di calcio. Fred non è ancora arrivato, e Ginger scende in strada, dove viene circondata da un gruppo di motociclisti minacciosi. Torna in stanza, sente russare e scopre che è Fred, invecchiato, ridotto a male, che ha accettato di partecipare allo show soltanto per soldi. I due vorrebbero almeno provare il loro vecchio numero, ma non ci riescono per la confusione degli strani personaggi, ospiti, come loro, della trasmissione “Ed ecco a voi”. Alla fine ci riescono ma è un disastro. Solo i complimenti del presidente della tv li convincono a partecipare allo spettacolo: quando tocca a loro è un successo. Alla stazione, nel momento della partenza, vengono riconosciuti e firmano autografi. Poi, dopo che Fred ottiene un po' di soldi in prestito da Ginger, si separano. Lei parte. Le luci dei binari si spengono e resta solo la tv con i suoi martellanti spot pubblicitari.
“La voce della luna” inizia di notte, c'è la luna piena. Ivo Salvini è attratto da una voce, si affaccia a un pozzo, poi un gruppo di uomini che attraversa la campagna lo incuriosisce. Li segue e assiste da dietro le persiane allo spogliarello della zia di uno di loro. Questi si accorge della sua presenza e lo caccia perché non ha pagato. Arriva un amico di Ivo e insieme se ne vanno. Seguono strani incontri e in uno di questi la nonna di Ivo gli dice che "ricordare è bello, più che vivere". In un'altra notte, di pioggia, Ivo riesce a contemplare il volto della sua amata mentre dorme finché questa, svegliatasi, lo caccia via. La mattina dopo nella piazza del paese c'è grande confusione di venditori ambulanti e frotte di turisti giapponesi che fotografano tutto. Ivo si rifugia su un tetto, la folla pensa che voglia suicidarsi, poi i vigili del fuoco lo salvano. Intanto i fratelli Micheluzzi cercano di catturare la luna, che si dice dia ordini a piccoli diavoli sulla terra. Ci riescono e tutto il paese vuole vedere la luna prigioniera. E' la televisione, su un grande schermo, che proietta le immagini. Un uomo gli spara e lo schermo si spegne. Allora la piazza si svuota e Ivo, rimasto solo, ascolta la luna.
IL VIAGGIO DI G. MASTORNA
Questa è la storia inquietante di un film maledetto sull’aldilà, concepito nel ’65 ed in effetti mai girato. In breve, Giuseppe Mastorna, orchestrale emiliano - romagnolo, in volo da Amburgo verso Firenze per un concerto, a causa di un violento temporale, fa un atterraggio d’emergenza sulla gigantesca piazza di una città nordica tedesca, proprio ai piedi di una imponente Cattedrale gotica. Il protagonista si trova in una situazione sempre più incerta e sfuggente, fino al momento in cui si rende conto di essere morto assieme a tutti i passeggeri nello schianto dell’aereo. E qui inizia una serie di prove sempre più angosciose. Questa è, molto in sintesi, la trama di un film mai realizzato da Fellini, che diventa una preziosa chiave d’accesso all’altro lato dell’universo Felliniano. Fellini diede forma fumettistica al soggetto e alla sceneggiatura, con alcune variazioni rispetto alla storia originale. Disegnò anche lo scenario, le ambientazioni, i mobili, i costumi e le facce dei personaggi. Come tocco finale Fellini decise di allungare il titolo: “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet”, che è un tipico nome da clown.
Infatti afferma lo stesso autore: “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet” è sempre un film, solo che a fumetti. Le matite, gli inchiostri di china, le mezzetinte, i pennelli dell'amico Manara sono l'equivalente delle scenografie, dei costumi, delle facce, degli attori, degli arredamenti e delle luci con i quali racconto le mie storie nei film. Con un ragguardevole vantaggio in più: che forse costano un po' meno. E a voi, cari spettatori, che andate sempre di meno al cinema, auguro buona lettura e buon divertimento. Se poi vi decideste di tornare al cinema, non escludo che Mastorna Fernet riappaia sul grande schermo".
La storia comparve sulla rivista "Il Grifo" nel 1992 e avrebbe dovuto svilupparsi in un fumetto dalle tre puntate, ma si concluse alla prima. Le puntate successive avrebbero dovuto raccontare questo viaggio, ma tutto finì perché una mattina Fellini ricevette una telefonata dal suo amico scrittore Ermanno Cavazzoni che si complimentava per la storia aggiungendo che trovava il finale davvero sorprendente e perfetto. Va spiegato che per una svista, alla fine della storia era venuta fuori la parola "Fine" e non "Fine della puntata", come avrebbe dovuto essere e considerando il valore scaramantico che Fellini attribuiva a questi segni, si capisce perché la storia non sia andata avanti, così come il film non è mai stato realizzato per una serie impressionante di disguidi, contrattempi, incidenti, o per la semplice impossibilità dell'autore. Quindi Giuseppe Mastorna è un violoncellista che si trova in volo su un aereo, in mezzo a una tempesta di neve. Dopo un atteraggio d'emergenza, alcuni prodigi gli capitano sotto gli occhi, Mastorna viene accompagnato in un albergo. Salito nella sua camera accende il televisore e una giornalista dà la notizia di un disastro aereo senza superstiti. L'annuncio è dato in tedesco, lingua che Mastorna non capisce, fatto sta che per lui è già cominciato il viaggio nell'aldilà. “Il viaggio di G. Mastorna” è una storia coinvolgente dagli aspetti curiosi: film più volte ripreso e mai finito per la confusione sul ruolo del protagonista ed i contrasti col produttore. Infine anche alcuni significativi risvolti personali di Federico Fellini condizionarono lo sviluppo dell’idea di fare questo film fra cui la morte del suo personale psicoanalista junghiano. Dunque questo film rappresenta l'eterno progetto felliniano, il film non fatto più famoso della storia del cinema. Il musicista solitario, l'instancabile viaggiatore G. Mastorna avrebbe avuto il volto di un Mastroianni un po' trasandato e sognante. Si ha l'impressione che il viaggio fosse davvero pronto per incominciare. Ma non iniziò mai. Pare che tra gli ostacoli che bloccarono il progetto oltre a quelli su menzionati c’era anche la difficoltà di creare un set che visualizzasse l'altra dimensione, quell'aldilà in cui il viaggio si svolge e che vi fosse anche una funesta premonizione fatta al regista da un parapsicologo. Ma soprattutto, mentre ci stava lavorando, Fellini fu colpito da malattia improvvisa, diagnosticata come male incurabile. Grazie alla visita di un ex compagno di classe, nel frattempo divenuto medico, Fellini uscì dall'incubo. Questi infatti ipotizzò, a ragione, che si trattava di una pleurite allergica. Il regista guarì perfettamente ma lesse l'episodio come un segno a non procedere nella sua esplorazione dell'aldilà e non tornò più sul Mastorna, anche se non abbandonò mai completamente il progetto.
Affermava Fellini: "Alla fine di ogni film il suggestivo fantasma si ripresenta come per chiedermi di essere realizzato, e ogni volta accade qualcosa che lo fa riaffondare, glorioso relitto, nelle profondità abissali dove giace e da dove, prodigiosamente, continua a mandare fluidi, correnti radioattive che hanno nutrito i film che ho fatto al posto suo. Sono sicuro che senza il Mastorna, non avrei immaginato il “Satyricon”, o almeno non lo avrei immaginato così come poi l'ho realizzato, né “Il Casanova”, e nemmeno “La città delle donne”. E anche “E la nave va” e “Prova d'orchestra” hanno un piccolo debito con Mastorna. La cosa strana è che quella storia pur essendosi generosamente dissanguata in tanti miei film, rimane miracolosamente integra nella sua struttura narrativa, non si è rimpicciolita né scarnificata, ed è sempre la più attuale di tutte le storie che posso immaginare".
Magia e mistero emanano dalle immagini, frammenti di una storia dai contorni indefiniti. Un progetto che il grande regista accarezzò per quasi trent’anni, senza mai poterlo, o forse volerlo, portare a termine. Storia maledetta, nata per non essere raccontata, Il viaggio di Mastorna Felliniano nato nel 1965, all’indomani dell’uscita di “Giulietta degli spiriti” e scritto da Dino Buzzati e Brunello Rondi è un film che è rimasto dentro al cuore di Federico Fellini che ha provato ad uscire ma che è morto con lui, forse prima di lui, quel film doveva essere un lungo viaggio, “Il viaggio di G.Mastorna detto Fernet”.
Infatti afferma il nostro regista: "Se per cortesia, per stanchezza, per amicizia, o per vanità mi mettessi a chiacchierare sul Mastorna e dicessi che ancora una volta è un viaggio, immaginato, sognato, un viaggio nella memoria, nel rimosso, in un labirinto che ha un'infinità di uscite, ma solo un'ingresso e quindi, il vero problema non è uscire, ma entrare, e spudoratamente continuassi a snocciolare definizioni e proverbi, non credo riuscirei a suggerire il senso del film, che io per primo non so cos'è. E' il sospetto di un film, l'ombra di un film, forse anche un film che non so fare".
Fellini morendo, non poteva non lasciare la leggenda di un film che nonostante fosse stato sempre presente, sin dai primi suoi progetti, non fu mai realizzato. Un film viaggio verso la morte, un viaggio nel mondo dell’al di là. A volte immagino una risata sghemba e divertita di Fellini Mastorna che dica: “non preoccupatevi che nel viaggio nell’aldilà non si rimane bloccati … ma s’ torna!"
by Mariano Lizzadro

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