30.1.08

In stasi irregolare di Antonella Pizzo e i versi dell’istante eterno

[letteratura -8]
“Sono per te l’aurora e intatto giorno” Ungaretti

Questo di Antonella Pizzo è un libro febbrile e visionario che si fa strada ed entra sottilmente nei pori del respiro e della pelle. Come aria e vento. Come pioggia che batte.
Pulsante. Incisivo e disarmante.
Nasce da un progetto dal taglio strettamente privato e autobiografico, costellato di momenti prosastici e di ispirazione lirica di grande pathos, che si snoda “in uno spazio che non è più spazio/ in un luogo che non è più luogo”.
Dedicato a Martina, la figlia scomparsa prematuramente in un incidente d’auto. Dedicato un po’ a tutte le donne e le madri “dall’utero rinsecchito” che gridano vendetta.

“Madri che gridano vendetta
per ogni osso spezzato, per ogni dente
non ci sarà a San Nicola
e nel cuscino e sotto la moneta…”
(p.31)

E’ un dolore accorato dell’anima e della carne quello che attraversa la silloge “in stasi irregolare”, di un peso che perfora i palmi, che svuota le orbite, di polvere nel sangue o sangue nella polvere, di aghi e chiodi conficcati nei polsi e nelle caviglie, perché il dolore per la perdita di un figlio è il più grande a cui l’essere umano, e una madre nello specifico, possa andare incontro, il più difficilmente sopportabile.

“… oh lenzuola larghe e bianche ossa
ossa orizzontali ossa
oh castagne pallide
latte e capelli ad ossa
oh lunette rosse
orbite svuotate ed ossa
ossa verticali ossa
dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa
vita che mi si è strappata addosso
come un foglio di carta cinerina
qui è un dormiveglia in riparo dal crck
e spesso anelo a vetri trasparenti”.
(p.11)

Ecco allora il tragitto di un naufragio e di una “passione” senza scampo, di un calvario che rasenta a tratti lo sconfinamento e il travalicamento del verso. Un requiem. Un percorso poetico che si dipana tra le vie oscure dell’essere e del non essere, della vita e della morte, della caducità e dell’eterno, tra lucori onirici, memorie, fantasmi radicati nel quotidiano delle cose e degli oggetti “il suo nome si allargò a dismisura/ e si distese/ lungo un binario morto”.

“Come vorrei che tu venissi a trovarmi
di notte quando il fiato pesante
s’impicca alla finestra
quando l’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola
il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano
se tu ti avvicinassi alla mia porta
con il vestito sporco di terra
nelle tasche i lombrichi grassi
con le tue quattro osso in mano
nella mano d’ossa e le orbite vuote
con un pugno di denti da contare ad uno ad uno
non avrai paura del rumore delle nacchere
delle conchiglie spezzate sotto i piedi
t’abbraccerei piano
per non sconvolgere la tua struttura fragile
ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia
ei vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane
ancora a fasci ancora intatti come quando
t’allontanasti senza chiedere se potevi
a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di una madre pure”.
(p. 41)

Ed è l’invocazione del sogno, della restituzione. Di un dolore “carnale” che non appiattisce e che non si appiattisce sul verso, ma che restituisce vita, tensione, energia, che scava, si afferra e cerca; che inghiotte famelico “il gesto lento”, la distensione”, “la pacificazione”. L’impossibilità di una rassegnazione.

“Ecco viene il giorno, la notte è già passata
è già mattino, nevica in certi luoghi, ed è una gioia
ma qui c’è questa pioggia sciocca
che non consola e non attutisce gli strazi
piuttosto li moltiplica in mille gocce erosive
ed ogni goccia che cade sulla pelle
apre una plaga infetta”
(p.60)

Ma da questa prospettiva di stasi irregolare, non può sfuggire all’attenzione questo bellissimo ed emblematico testo sul ritorno. Dell’intrecciarsi e compiersi di una parabola circolare. Il ritorno alla nudità dell’essere (scalza e magra). Il ritorno alla madre. Da madre a figlia.

“Tornai da mia madre a piedi scalzi, magra
con una camicia lunga, senza maniche
bussai alla sua porta
ella stava facendo un accurato pedicure
sotto una luce gialla d’acciaio la limetta
l’attenzione all’occhio di pernice
a un ricordo incallito, dolore mai estirpato
tornare a casa mia, di notte, svagata
sotto una pioggia d’acqua, poi tornare indietro
a tempo cercare le chiavi
l’urgenza, potrebbero svegliarsi e non trovarmi
il mio morbido grasso
quel mio quieto girare nel letto che rassicura
tornare a casa con una canoa, una piroga
nel ventre di una grande nave
scivolo via in piena
il braccio teso
le chiavi sospese in aria”.
(p. 45)

Ci sarebbe tanto da dire e da tacere su questi versi “sacrali” dell’anima, ma ritorno sulla foto di copertina, alla metafora del vortice, di una scala/spirale bianca che da un lato si restringe in un occhio buco/nero senza fondo, dall’altro si libera in uno spazio che avvolge, ingloba, abbraccia e va oltre. Oltre la copertina, oltre i fogli, oltre i versi stessi. Oltre.

Antonella Pizzo, In stasi irregolare
Prefazione di Gregorio Scalise, postfazione di Ivan Fedeli
Le voci della Luna Poesia
Premio Renato Giorni, 2007
pubblicato su viadellebelledonne

by Maria Pina Ciancio

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