11.1.10

Antonio Spagnuolo: una scrittura febbrile, appassionata e in espansione

[Letteratura -11]

Fratture da comporre, Edizioni Kaírós, Napoli 2009

Dopo aver letto l’ultimo libretto di Antonio Spagnunolo, la prima cosa che mi sono sentita di annotare a margine, come sintesi poetica ed emozionale del florilegio è stata questa: la rilevante consistenza di un linguaggio febbrile, pulsante e appassionato.
Ho attraversato “Fratture da ricomporre” (95 pagine) d’un fiato, perché la scrittura di Spagnolo, avviluppa e tra-volge in uno spazio conoscitivo vorticoso che lascia senza respiro, che conduce e spinge in avanti. “E’ nella carne la scoperta, infine/ di un tormento che arrovella/ per finzioni sempre più imperfette” (p.79). Dinamica e in movimento, in espansione anche quando appare avvitarsi su se stessa, anche quando si fa tamburata e martellante (come un presagio di morte). E’ fatta di evocazioni ed esplorazioni condotte con l’occhio del cuore e della mente, associazioni immediate (consapevoli e non) in cui il mondo interiore ed esteriore si mescola, il momento presente viene sacrificato al passato e dove la vita è in balia di un altro tempo, di un “altrove”.
Per taluni, una scrittura così potrebbe restituire una sensazione di insensatezza e di avversione. E se questo accade è perché non siamo più abituati a spingerci tanto lontano nel nostro rapporto con le cose e con il mondo. L’accoglimento del viaggio (anche estremo) e l’esperienza della scrittura a 360 gradi consentono la ri-conquista, il riscatto, la ri-appropriazione di sé, del tempo presente e di tutto ciò che esso può rivelarci.
La forza della scrittura di Spagnolo sta nell’urgenza del dire, nei sui infiniti strati. Nel fatto che non si risparmia e non si preclude nulla. Agisce in una dimensione spaziale e temporale (a cui tutti abbiamo diritto) e che costituisce il nostro potenziale di uomini (innanzitutto) e di poeti.
In fondo, lo stile di una scrittura ci racconta quanto riusciamo ad essere nel mondo e quanto riusciamo ad accogliere il mondo e con esso il nostro stesso “io”.
Ecco, Antonio Spagnolo, dalla sua Napoli (in cui attualmente vive e opera) sembra fare tutto questo, con onestà e impegno, combattendo l’oblio e l’indifferenza, accogliendo l’avvicendarsi della vita e dei sentimenti nella loro nudità più terribile, sfavillante e misteriosa.

by Maria Pina Ciancio

*

(da Fratture da comporre)

Vedo l’ombra di mio padre ritornare
dopo lunghi silenzi:
era un istante il suo sguardo severo,
a convocare misure, divergenze,
oltre la tregua come il salto al di là
delle vele,
a pareggiare con gli scatti di lancette
la forza che mi punge.
Quello che non voglio e gli altri chiamano
pensiero
ha forma inestricabile ed amara.
Quante attese furiose, e le paure,
sembrano scomparse nel grande riflesso
del diniego.
Se io potessi riservare una promessa,
nella indecisa emozione,
lascerei la Croce senza più bestemmie.

(p.74)

Etichette: , ,

17.6.09

Migratorie non sono le vie degli uccelli di Fernanda Ferraresso

[Letteratura -10]
Mi faccio prossima a un battito leggero
un movimento della terra F.F.

C’è dentro i versi di questa raccolta di Fernanda Ferraresso il pulsare vivido della corporeità. Il verso che respira (Respiro. Silenzio. Respiro.) con lo stesso ritmo del corpo; la parola un otre gravido di accordi, luci e semi che germogliano e si espandono d’intorno, lasciando essenze, aromi e nettare nell’aria “ il mio corpo è un pianeta di falesie / e picchiare di uccelli che in me vorrebbero tracciare un nodo di voli” (p.82).
Il linguaggio è interiore e viscerale, permeato di una sensualità lieve, da cui il lettore viene travolto, in un procedere che è “incontro”, “congiungimento”, ricerca oltre la soglia del dicibile.

Sono qui distesa.... muta.... ad ascoltarti.... e nuda. (p.85)

E’ il fascino della scrittura visionaria e onirica, che nella sua intima inafferrabilità acquisisce un aspetto lieve e prossimo al sacro.
L’io lirico è al centro della raccolta, in continua tensione verso l’altro. Un corpo (un sé) che si completa e si eleva nell’attraversamento e nel congiungimento-fusione (anche quando l’altro è assenza o mancanza, anche nella metabolizzazione del lutto)

Quando mi baci
amore rovesciami dentro la notte
con una scodella di latte (p.19)
*
Per ascoltarti mi dispongo in un nudo silenzio
terra io stessa e piana innanzi a te” (p.85)

Frequente è l’uso di riuscitissime metafore, similitudini, analogie, sperimentazioni lessicali che dilatano e ampliano il verso, sgravano il vortice della ricerca, così come i rimandi evocativi (tanti) uterini, ombelicali, riconosciuti come “gli anelli di una spina/ vertebra candida e sonora/ che finalmente mi regge” (p.28).
Un libro da ascoltare più che da leggere, a cui affidarsi e da cui lasciarsi condurre, perché le maglie che lo tessono “tramanti”, “perimetrali”, “migratorie”, sono filigrane riconoscibili, condivisibili e dell’appartenenza.

Fernanda Ferraresso, Migratorie non sono le vie degli uccelli, Il ponte del sale 2009

Riferimento sul web: http://fernirosso.wordpress.com/


by Maria Pina Ciancio

Etichette: , , , ,

16.6.09

Gian Ruggero Manzoni intervistato da Elisa Ravaglia

[Letteratura -11]
Intervista inedita a cura di Elisa Ravaglia (giugno 2009)

Elisa Ravagli: che cosa pensi del binomio "Scrittura creativa"? e dei corsi di scrittura creativa in genere?

GRM: Sinceramente non ho mai creduto ai cosiddetti corsi di “Scrittura Creativa” visto che sono da sempre dell’idea che si nasca artisti e non lo si possa diventare. Al massimo si potrà raffinare lo stile, ci si potrà rapportare-confrontare con altri artisti o con addetti ai lavori, bravi, per ragionare su quello che si sta facendo, ma temo sia impossibile divenire artista se già la natura non ti ha concesso il dono. E’ come andare in Seminario se già di tuo non hai la fede, cioè una tua visione di Dio, quell’amore. Là studierai teologia e ti confronterai con altri che credono in quel che credi, ma, e lo ripeto, la fede e il votarsi a una missione di vita devono già essere tuoi. Tutto ciò che implica una sorta di ‘mistica’, così io vedo l’arte, scatta a priori del sapere, visto che è un sentire… un sentire diverso dagli altri. Detto ciò, il binomio Scrittura Creativa è una contraddizioni in termini. Al limite si potrebbe coniare: “Corsi per scrivere con padronanza dello strumento” oppure “Corsi per scoprire se sono uno scrittore o un fantino”, ma di creatività, in detti incontri, ne vedo ben poca. Forse se pratichi un genere, cioè il giallo, la fantascienza o che altro, puoi anche scrivere con solo il mestiere quale ausilio, ma l’Arte è a prescindere dal mestiere e dall’artigianato che poi ti aiutano a renderla in libro, in tela, in cinema, in concerto etc. Come puoi insegnare un quid di questo tipo? E’ come se Gesù fosse andata a scuola per rapportarsi con l’Assoluto e, soprattutto, per dirsi Dio… e mi si perdoni l’azzardo, ma rende. Sono romantico ed elitario in questo? Sì, e ne sono felice.

ER: si può insegnare a scrivere ? se sì come? il talento si allena oppure se ce l'ha bene se non ce l'hai amen?


GRM: Ho già detto nella prima domanda, ma dirò ancora. Scriveva Wilde: “L’Arte appartiene a coloro che la sanno distinguere in sé dalla prima gioventù”, concetto, espresso in altra accezione, anche da Rimbaud e da tanti ‘grandi’, definiamoli così. Certo che si può insegnare a scrivere; obbligatoriamente lo Stato italiano ora cerca di accompagnarti in questo fino ai sedici anni, e così s’impara a fare di conto, si conoscono quali sono i fiumi che sboccano nell’Oceano Atlantico o, in Storia, cosa significa una data come il 1789, ma fine lì. Il talento è altro e non ha nulla a che fare col sapere, infatti significa il viaggiare in una dimensione dell’essere che non è di tutti, quindi è materia che non potrà mai venire insegnata a scuola. In vita potrai incontrare altri tuoi simili, a viso o tramite la lettura delle loro opere, ma mai, anche un tuo simile, potrà insegnarti chi sei e, tanto meno, quello che sarai in arte. Comunque, se dovessi consigliare a un giovane dove andare a raffinare il dono che già ha in sé, gli direi di iscriversi a un “corso” tenuto da uno scrittore di valore… ma sono pochi gli scrittori o i poeti di valore che insegnano il come poter scrivere, nel modo più congeniale, al giovane talento che hanno davanti, perché, di solito, gli scrittori e i poeti di valore non credono a questi corsi di “taglio e cuci” o di “giardinaggio”. Come succede nel mondo anglosassone, visto che la richiesta pare ci sia, necessiterebbe che tali “corsi” si tenessero all’interno degli atenei, quindi che addivenissero a programma gratuito di studio per chi vuole partecipare, al fine, come ho detto sopra, di aiutare oppure scoprire il talento qualora ci sia, per il resto, fuori dalle università, di solito si trasformano in “corsi d’intrattenimento” per passare un paio d’ore assieme leggendo all’insegnante, o pseudo tale, e leggendo ad altri che ‘aspirano’ all’Olimpo, i propri ‘birignao’ oppure, per chi li tiene, cioè per l’insegnante, o pseudo tale, per dirsi un qualcuno o per spillare soldi agli sprovveduti o a quei deliranti, e ce ne sono a milioni in Italia, che credono di essere artisti perché mettono una parola dietro l’altra. Sarebbe molto meglio che tali deliranti andassero da un bravo psicoanalista, forse ne guadagneremmo tutti, soprattutto ci risparmieremmo la marea di materiali inesistenti che giungono alle riviste o alle case editrici in questa follia dilagante del voler essere ‘creativo’ (poeta, narratore, sceneggiatore etc.) a tutti i costi.

ER: si scrive senza pensare? come scrive gian ruggero manzoni? è vero che la cosa più urgente che hai da dire è quella che esce subito?

GRM: A volte si scrive senza pensare, cioè sotto dettatura degli altri te che volano in dimensioni che non sono il reale, o, almeno, quello che definiamo come tale, oppure pensando, cioè con un progetto ben definito già in mente, o, almeno, con l’ossatura di quel progetto già chiara; in questo, quindi, non esiste ricetta e, proprio per questo, è impossibile insegnare il come, il dove e il quando scrivere. Come si può insegnare la magia? … la magia, e non l’illusionismo, intendiamoci bene, e cominciamo a dare il giusto significato alle parole. Per quel che mi riguarda scrivo come uno sciamano che getta le ossa per interpretare il futuro. Sì, io scrivo così… e posso dirlo dopo oltre trent’anni di scrittura. Poi rivedo. Ma il gesto del lanciare le ossa sulla sabbia va di suo, una volta inteso quale sia il tuo compito e scoperto il dono che hai. Del resto è talmente privato l’atto del creare che per me risulterebbe impossibile praticarlo in comunità. Al massimo accetto chi mi sta di fronte, uno per volta, e mi domanda d’interrogare le ossa anche per lui o lei, ma ciò avviene talmente di rado che lo si fa, solo, quando incontri un tuo simile. Ma i tuoi simili sono a tal punto sparsi sul pianeta che se ne incontri cinque in una vita puoi considerarti fortunato. Già cinque condivisioni di tale magia sono un record, un lusso, che pochi hanno avuto. Riguardo l’urgenza rispondo: no. Non è la ‘cosa’ più urgente quella che viene fuori quando scrivi, ma tutt’altro, è quella che hai nel profondo, e che spesso neppure conosci. In questo lo stupore del fare arte. Se scrivi l’urgenza di solito scrivi la “malattia di vita” che in te alberga, e ciò non è arte, è sfogo, è diario, è cronaca superficiale. Anche in questo caso meglio andare dallo psicanalista o, ancora meglio, dallo psichiatra.

ER: come fai a capire se quello che leggi porta dentro il talento? mi fai degli esempi e me li motivi?

GRM: Non posso motivarti un bel niente. O senti o non senti. Dopo aver letto le prime dieci righe di un romanzo comprendo subito se viaggia o non viaggia, così mi succede con la poesia o entrando in una galleria d’arte… colgo subito le opere che funzionano, che sono di valore, anche se hanno una matrice concettuale all’ennesima potenza; le senti, poi ti soffermi a pensare, le analizzi, ma è la prima sensazione quella che conta. Quando ti imbatti nel talento lo avverti subito. La prima volta che incontrai un’opera di Burri vidi l’aura che emanava, e la stessa aura la vidi attorno a lui quando lo conobbi di persona; ciò non mi è successo, ad esempio, quando ho incontrato Umberto Eco, già mio prof al Dams, infatti Eco, pur bravissimo nel suo mestiere, non è un artista, non è un mago, ma è un’intellettuale prestato alla narrativa, e la differenza esiste, così come novecentonovantanove individui che scrivono poesie su mille sono intellettuali, figli della scuola dell’obbligo, che si cimentano in poesia, solo quell’uno che resta è un poeta vero. I libri dei grandi scrittori emanano anch’essi luce, oppure tenebra profonda, che pure è un’altra aura, ma emanano. Se sei a tua volta la cogli subito, se non sei: ciao. Ecco perché, in Italia, saranno venti i grandi; i restanti, me compreso, appartengono a sottolegioni di angeli o demoni… seppure anche così sia un privilegio non da poco, considerati i tanti che neppure riescono a volare come una gallina.

ER: domanda per un uomo anche di teatro: in che relazione stanno corpo e scrittura?

GRM:Totale. A vent’anni scrissi il Manifesto del Visceralismo… con questo reputo di averti risposto.

ER: hai un maestro? scrittura-maestro-allievo che significato ha per te questa triade di parole?

Ne ho avuti a suo tempo, quando leggevo molto, tutti morti, però. Pochissimi nati nel ’900, in particolare in Italia, come poi nei secoli precedenti. Comunque è l’uomo il mio maestro. Sono gli uomini che mi hanno insegnato a raffinare il talento, lo studiarli, il cercare di non essere come la maggior parte di loro. Ad esempio posso dire che Junger o Testori son stati fra i miei maestri, ma Junger o Testori, in primo luogo, mi hanno insegnato a essere Uomo con la U maiuscola, non scrittore o poeta o pittore o drammaturgo. I maestri t’insegnano a scoprire in te come essere uomo, possono porsi come esempi di ribellione, di coerenza cultural-esistenziale, di ‘diversità’, possono dimostrarti che l’onestà intellettuale esiste ancora ed è esistita, ma il lavoro grosso sei sempre tu a doverlo fare su te stesso. Infine sei tu che ti dai il Codice nonché il Metodo, e in ciò dimora l’originalità dello Stile, cioè quello che ti contraddistingue e ti eleva… facendoti, appunto, volare.

ER: Sscrittura empatica o simpatica? mi fai degli esempi?

GRM: Se “simpatico” sta come “inchiostro (appunto) simpatico”, cioè che non puoi leggere quel che è scritto se non possiedi il segreto del come farlo apparire, beh, allora e senza dubbio, da buon esoterico, amo la seconda. Comunque, a parte la ‘buttata’, che poi buttata, per me, non è, necessita specificare. Una scrittura è Empatica quando si provano i sentimenti dell’altro, oppure li si avvertono, li si comprendono, così come si colgono i tempi, le tendenze dominanti, perché parte di te, perciò, tale modo di affrontare lo scrivere, lo si può anche adattare; ma in detta accezione il rischio diventa lo scrivere per compiacere, per dirsi consapevoli e ricercare l’applauso, il successo, magari il denaro; una scrittura è invece Simpatica quando si tenta, con essa, di dare delle risposte a chi, ad esempio, sta male, è pressato dal proprio Sé, e si ha volontà di aiutarlo, sviscerando il problema che lo angoscia, senza essere soggetto, a propria volta, di tale condizione, ma anche in questo caso si può barare; se invece una scrittura è Empatica e Simpatica, allo stesso tempo, il tutto, a mio avviso, può diventare più interessante perché, oltre a cogliere lo stato d’animo dell’altro o degli altri e a sentirsi uniti a lui-loro si cerca, anche, di trovare soluzioni d’insieme. Resta il fatto che tutto può risolversi in un’illusione, in un teatro, in cui autore-attore e spettatori, infine, peccano dello stesso male, cioè: il bisogno. Tirandomi fuori da questo vortice, io sono per una scrittura (libera e singolare) che risponda solo al mio bisogno personale, senza, perciò, tendere trappole oppure senza fare l’infermiere di turno; quindi una scrittura che renda piacere in primo luogo a me stesso, che emozioni me stesso, tramite cui racconto (sempre a me stesso) quel che mi fa vibrare o che m’interessa sviscerare, senza pormi alcuna domanda riguardo all’altro da me; poi, se il narrato, potrà far godere anche altri, bene, altrimenti ciao, ognuno per la propria strada, visto che il problema, almeno per come io vivo l’arte oggi, non sussiste. Sono da sempre un “cane sciolto” e reputo che, a cinquantadue anni, lo resterò fino alla morte. Esempi? La maggior parte della narrativa che ora viene proposta è empaticamente malandrina e simpaticamente inconcludente; malandrina quando cerca consenso, inconcludente quando nulla cambia, cioè non “guarisce”, non somministra una “cura”. Resta una quinta ipotesi (dopo l’empatia, la simpatia, l’empa-simpatia e il piacere personale)… la scrittura che cerca di ‘indottrinare-condizionare’, riuscendoci; ma non vedo Titani di tale calibro in giro; non vedo per ora ‘maghi’ con tale potere… e me ne dispiace alquanto. Accontentiamoci, perciò, di una qualche emozione, colta qua e là, da questo o quell’autore, e continuiamo a scriverci i libri che ci piacerebbe leggere, spaziando come e dove meglio ci pare.

(recensione a cura dell'Associazione LucaniArt ONLUS)

Etichette: , , , ,

15.6.09

Preghiere di una poetessa di Antonietta Gnerre

[Letteratura -9]
in “Lo spirito della poesia”, Fara Editore 2008 (pp 79-94)

I versi di questa raccolta di Antonietta Gnerre, colpiscono per la levità e la delicatezza con cui si dispongono e si affacciano sulla soglia, facendosi segno, preghiera e dono: parola testimonianza “povera e nuda di fronte al mistero”.
L’esperienza di scrittura della poetessa campana, si dipana dentro quel filone storico-letterario della buona poesia mistico-religiosa, che da San Francesco e Jacopone Da Todi, giunge attraverso Davide Maria Turoldo fino ai giorni nostri.
Nei versi di questa silloge (contenuta nel volume “Lo spirito della poesia”), si manifesta la ricerca del giusto, di una verità che non risiede nelle leggi dell’uomo e del mondo,


“noi viandanti
fatti di paglia e di sfere travagliate” (p.83)

“viviamo in case abbandonate dalle colombe
macerate dalla storia senza sorrisi
di questo vuoto religioso” (p.81)

c’è piuttosto la consapevolezza del disagio esistenziale, delle difficoltà della vita, delle grandi e piccole catastrofi, che attraversano il pianeta. Non rifiuto del mondo, dunque, ma accettazione, partecipazione e attraversamento.
Un attraversamento che si fa speranza e rivelazione.

“camminavo col cuore in tumulto
nessun miraggio di palme

per ogni sorta di male sono passata” (p.89)

Ciò che colpisce è l’umiltà del dire “prego/ su ciò che posso sopportare (p.83), “le mie preghiere sono piccole/ navi che viaggiano” (p. 86) e la capacità (che è bellezza e forza) di riconoscere e di affidarsi a una dimensione altra, quella di un Dio creatore: luce, fiato e “limpida voce che suona le corde del cuore”.
Si potrebbero definire questi versi delle vere e proprie laudi, cioè delle lodi al creato e al creatore (che nell’ultima sezione si elevano, in forma di piccoli haiku alla Vergine), in cui l’ascesi si manifesta nell’abbandono a Dio e alla sua benevola carità cristiana.
Concludo questa nota, senza dimenticare di sottolineare il pregio e il valore di questi versi dal punto di vista stilistico e letterario, per un uso particolareggiato della metafora, che con il suo potere evocativo, suggerisce relazioni e richiami fortissimi, che rimandano a quel Mistero inafferrabile che sostiene tutta l’opera (poesia-preghiera) della Gnerre.
(antologia a cura di Alessandro Ramberti)

by Maria Pina Ciancio

Etichette: , , , ,

30.1.08

In stasi irregolare di Antonella Pizzo e i versi dell’istante eterno

[letteratura -8]
“Sono per te l’aurora e intatto giorno” Ungaretti

Questo di Antonella Pizzo è un libro febbrile e visionario che si fa strada ed entra sottilmente nei pori del respiro e della pelle. Come aria e vento. Come pioggia che batte.
Pulsante. Incisivo e disarmante.
Nasce da un progetto dal taglio strettamente privato e autobiografico, costellato di momenti prosastici e di ispirazione lirica di grande pathos, che si snoda “in uno spazio che non è più spazio/ in un luogo che non è più luogo”.
Dedicato a Martina, la figlia scomparsa prematuramente in un incidente d’auto. Dedicato un po’ a tutte le donne e le madri “dall’utero rinsecchito” che gridano vendetta.

“Madri che gridano vendetta
per ogni osso spezzato, per ogni dente
non ci sarà a San Nicola
e nel cuscino e sotto la moneta…”
(p.31)

E’ un dolore accorato dell’anima e della carne quello che attraversa la silloge “in stasi irregolare”, di un peso che perfora i palmi, che svuota le orbite, di polvere nel sangue o sangue nella polvere, di aghi e chiodi conficcati nei polsi e nelle caviglie, perché il dolore per la perdita di un figlio è il più grande a cui l’essere umano, e una madre nello specifico, possa andare incontro, il più difficilmente sopportabile.

“… oh lenzuola larghe e bianche ossa
ossa orizzontali ossa
oh castagne pallide
latte e capelli ad ossa
oh lunette rosse
orbite svuotate ed ossa
ossa verticali ossa
dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa
vita che mi si è strappata addosso
come un foglio di carta cinerina
qui è un dormiveglia in riparo dal crck
e spesso anelo a vetri trasparenti”.
(p.11)

Ecco allora il tragitto di un naufragio e di una “passione” senza scampo, di un calvario che rasenta a tratti lo sconfinamento e il travalicamento del verso. Un requiem. Un percorso poetico che si dipana tra le vie oscure dell’essere e del non essere, della vita e della morte, della caducità e dell’eterno, tra lucori onirici, memorie, fantasmi radicati nel quotidiano delle cose e degli oggetti “il suo nome si allargò a dismisura/ e si distese/ lungo un binario morto”.

“Come vorrei che tu venissi a trovarmi
di notte quando il fiato pesante
s’impicca alla finestra
quando l’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola
il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano
se tu ti avvicinassi alla mia porta
con il vestito sporco di terra
nelle tasche i lombrichi grassi
con le tue quattro osso in mano
nella mano d’ossa e le orbite vuote
con un pugno di denti da contare ad uno ad uno
non avrai paura del rumore delle nacchere
delle conchiglie spezzate sotto i piedi
t’abbraccerei piano
per non sconvolgere la tua struttura fragile
ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia
ei vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane
ancora a fasci ancora intatti come quando
t’allontanasti senza chiedere se potevi
a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di una madre pure”.
(p. 41)

Ed è l’invocazione del sogno, della restituzione. Di un dolore “carnale” che non appiattisce e che non si appiattisce sul verso, ma che restituisce vita, tensione, energia, che scava, si afferra e cerca; che inghiotte famelico “il gesto lento”, la distensione”, “la pacificazione”. L’impossibilità di una rassegnazione.

“Ecco viene il giorno, la notte è già passata
è già mattino, nevica in certi luoghi, ed è una gioia
ma qui c’è questa pioggia sciocca
che non consola e non attutisce gli strazi
piuttosto li moltiplica in mille gocce erosive
ed ogni goccia che cade sulla pelle
apre una plaga infetta”
(p.60)

Ma da questa prospettiva di stasi irregolare, non può sfuggire all’attenzione questo bellissimo ed emblematico testo sul ritorno. Dell’intrecciarsi e compiersi di una parabola circolare. Il ritorno alla nudità dell’essere (scalza e magra). Il ritorno alla madre. Da madre a figlia.

“Tornai da mia madre a piedi scalzi, magra
con una camicia lunga, senza maniche
bussai alla sua porta
ella stava facendo un accurato pedicure
sotto una luce gialla d’acciaio la limetta
l’attenzione all’occhio di pernice
a un ricordo incallito, dolore mai estirpato
tornare a casa mia, di notte, svagata
sotto una pioggia d’acqua, poi tornare indietro
a tempo cercare le chiavi
l’urgenza, potrebbero svegliarsi e non trovarmi
il mio morbido grasso
quel mio quieto girare nel letto che rassicura
tornare a casa con una canoa, una piroga
nel ventre di una grande nave
scivolo via in piena
il braccio teso
le chiavi sospese in aria”.
(p. 45)

Ci sarebbe tanto da dire e da tacere su questi versi “sacrali” dell’anima, ma ritorno sulla foto di copertina, alla metafora del vortice, di una scala/spirale bianca che da un lato si restringe in un occhio buco/nero senza fondo, dall’altro si libera in uno spazio che avvolge, ingloba, abbraccia e va oltre. Oltre la copertina, oltre i fogli, oltre i versi stessi. Oltre.

Antonella Pizzo, In stasi irregolare
Prefazione di Gregorio Scalise, postfazione di Ivan Fedeli
Le voci della Luna Poesia
Premio Renato Giorni, 2007
pubblicato su viadellebelledonne

by Maria Pina Ciancio

Etichette: ,

12.12.07

Il rumore dei treni di Eleonora Bellini

[letteratura -7]

Il rumore dei treni è la mia casa (E. Bellini)

Il rumore dei treni è un libro d’amore in versi fatto di arrivi, incontri, partenze. Stazioni, binari, palmi delle mani contro i vetri, porte che si aprono e si chiudono tra passanti frettolosi e distratti. E dentro tutto questo, il passeggero che “si svela”, il riconoscimento, “parole che poi si fanno carne/ occhi, capelli, mani”.
Di seguito alcuni versi tratti dalla raccolta di Eleonora Bellini "Il rumore dei treni" (sez. Tessere per un mosaico) pubblicata per i tipi BooK Editore (2007) con nota finale di Ariodante Mariani.

4. Rosa
Il palmo della mano contro il vetro
del finestrino -c'era un uomo
che dal marciapiede
con forza premeva quella mano-
rivelava nelle linee rosa
gli intrecci itineranti di una vita.
Dall'intreccio le rispose un'altra mano,
un altro aperto palmo contro lo stesso vetro
e fu freddo e tangibile il distacco.
........................................Quando il treno
si mosse, la partenza parve
annuncio dell'esilio.
(p.12)

5. Oro

Il luogo dell'incontro è il mezzogiorno,
quando il sole arde e di noi
non ha pensiero, quando la stazione
conta i suoi transiti, culla le sue folle.
Un battito più forte dà il segnale:
frena il convoglio, si aprono le porte
e scende chi era atteso. Si svela
il passeggero e assume le sembianze
note, le più desiderate. Sfumano
nell'aria le parole e poi si fanno carne,
occhi, capelli e mani. Si apre
l'hortus conclusus del riconoscimento.
(p.13)


12. Grigio

Il terzo treno ebbe una partenza
più rapida e quasi
impercettibile. Appena
ebbi il tempo di vederlo
fermarsi, spalancare le fauci, inghiottire
i suoi ospiti che già mi ammiccava
beffardo il fanale di coda.
Contro
la mia sosta immotivata sul binario,
e contro
la mia infantile nascente nostalgia
scoppiò
l’ira di un barbone a cui toglievo il passo:
ogni istante è partenza,
ogni istante ti appressa
la morte –mi gridò. Con un gesto
osceno
squarciò il velo che mi copriva gli occhi:
già mi si allontanava su quel treno
un prezioso frammento di futuro
(p.20)


Eleonora Bellini è nata a Belgirate sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, poco dopo la metà del secolo scorso. Laureata in filosofia all'Università degli Studi di Milano, ha insegnato per alcuni anni nelle scuole medie ed è attualmente direttrice della Biblioteca Pubblica della Fondazione "Achille Marazza" di Borgomanero (NO). Ha pubblicato saggi, narrativa per bambini e adulti, poesia. Per un approfondimento http://utenti.lycos.it/eleonorabellini/

by Maria Pina Ciancio

Etichette: ,

3.9.07

La poesia ironica, autoironica, intima e teatrale di Rita Bonomo

[letteratura -4]
Le parole che sorgono sanno di noi ciò
che noi ignoriamo di loro - René Char
Se la poesia ha la possibilità, come l'inconscio, di "dire" l'indicibile, la poesia di Rita Bonomo, rianimata dal processo creativo, riesce a trasformare le tracce balbettanti e primordiali della parola in suggestiva e intensa forza lirica e poetica.
Dìri dìri danna è una silloge bella, che si gioca tutto sul filo della memoria attraverso i ricordi, quelli dell’infanzia, come luogo assoluto, senza tempo, luogo di transito, in cui non si può sostare, ma tornare sempre.


E’ un nastro magnetico già inciso
-chiamalo vissuto-
che si svolge e riavvolge
al comando di mezzo tasto
memoria in forma bemolle
-in grave baritonia-
e assenza di corde vocali
disimparate a ritmo di dap

(ricordo che implodevo fino all’orlo
scordandomi di respirare)

Guarirò mai da tutto ciò
che ho sentito?
Forse con un otorino
che mi sussurra all’orecchio
e una gatta che ripartorisce
tutti i gatti miagolanti che hai ucciso.
(p. 49)

E così, l’autrice s'inventa il proprio passato nel racconto, rivelando e disvelando, mettendo in scena, sul grande palcoscenico della vita, il noto e l’ignoto, attraverso un poemetto teatrale a più voci.

Sono la grande accerchiata cieca
Mi disseppellisco spuria marionetta-
mi contemplo nella cerchia e
con benedetta boria mi distinguo
-eccello, per aborigeno ingegno!
(p.35)

La forma “teatrale” e drammaturgica dell’opera, caratterizzata da un prologo e un epilogo, le voci interiori e fuori campo, gli intermezzi e il coro, aiutano ad organizzare e riorganizzare la memoria, che permette di esprimere emozioni, conferendole senso e trasformandole da astratte, ignote e talvolta "terrorizzanti" sensazioni, in nominabili e controllabili immagini mentali.
Sono tanti i fattori di bellezza di questo libro, edito lo scorso anno dalla casa editrice “Libero di scrivere”: la scelta originale del titolo, il gioco ironico e disincantato della lingua che alleggerisce e sfuma i contorni e i toni del dire, la struttura estremamente progettuale e teatrale che utilizza il metodo dei travestimenti e della satira per ribaltare forme, ruoli e gerarchie della normalità quotidiana.
Il titolo “diri diri danna” richiama alla mente una litania, di quelle che si cantilenavano ai bambini per distrarli o per attirarne l' l’attenzione; si trattava di un canto reso monotono dal ritorno ossessivo sulla stessa frase melodica e sul medesimo grado tonale.

“una nenia insolita, di mnemonica etnia,
presa, all’ora dei pasti, per bocca.
Un altro imbroglio liquido da ingoiare”
(p.12)


E ancora, sempre nel prologo per tre voci in cui compaiono una bimba, un vecchio e una ricamatrice:

Vecchio:
Fa presto
Un cucchiaio a me –suona la lira-
Un cucchiaio a te –riottosa zampognino-
Che t’accolga, l’ultimo orchestrante sull’altro
dondolante d’un confortante abbraccio
-con riverenza arcuata-

Ecco questa la bacchetta che scandisce
-amorevole- il lento dìri dìri danna
Orchestrandone dell’appetito il suono
Ed è filo armonico che conduce alla musica degli angeli.

Su, fa’ presto che dopo pranzo
si gioca tutti per davvero
e se ti andasse di traverso
hai il permesso di rigurgitare.
(p.19)

Il verso ludico-drammatico in cui si agita la parola di Rita Bonomo, rende il suo linguaggio poetico vivace e godibile, seppure a tratti complesso e difficile. Una poesia ironica e amara “-Udite, udite! Non è un’acrobata, è una femmina da salvare!”, in cui l’autrice non si risparmia e si rivela in tutta la nudità del privato, dell’essere” infante” e “figlia”.
Una poesia che muovendosi nella complessa grammatica dell'inconscio, dice la verità e al tempo stesso cerca la verità, articolando suoni ed esperienze, che da balbettanti diventano comunicazione riconosciuta e riconoscibile.

E sono la tua gola respirata
sono il mio, il suo, e senza voce mai sopito
un latrato, un afono ruggito,
un alfabeto morso, imparato a menadito
(p.39)

Consapevolezze, interrogativi, risposte. Finzione teatrale e rappresentazione dei propri desideri e proiezioni, tutto in un tono che cresce pian piano, fino a divenire “nervo scoperto”, elegia commovente e toccante nel IV Comandamento, la cosìddetta “grande coriandolata”.

Il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata –resta- questa genia
(p.66)

e proprio qui, rivolgendosi a uno degli interlocutori cardini del libro, la figura del padre, ci lascia questi toccati versi di “assoluzione annunciata”

Non oso più filtrarmi la bocca nella pronuncia
del nome tuo né oso scialacquare neppure
una quantità minima di battiti
nello scandire le consonanti
appartenuteci

Chè la tua etichetta non oso staccarmi
dal polso e dal naso e dal ciglio arrugginito
oltre tutti questi anni ciechi di te e
della tua buccia –vuota di me- ad acclamarmi
finalmente affrancata

Eccola infine l’assoluzione annunciata
(p.77)

Poi, prima che il sipario si chiuda, il Corale, con le suggestive scene da un funerale: la catarsi e il distacco sotto una fiumara di coriandoli che cade dall’alto. Infine il sipario in “castagno/ d’arte poverissima”, un ultimo abbraccio, una quietanza liberatoria. La leggerezza della finzione teatrale contro l'angoscia della verità, in bilico tra commedia e tragedia, tra realtà e finzione.
Questo libro è il tentativo di stare dentro un’esperienza, che quando torna ad affacciarsi è un’esperienza senza esperienza, una porta da socchiudere e aprire, dove imparare a convivere con luci e ombre che provengono dal di dentro.

E chi di noi non ha, come in dìri dìri danna, una porta chiusa stretta, che all’improvviso si spalanca?

Rita Bonomo, dìri dìri dànna - litania stolta del diritto e rovescio - Collana Libero di stile - Liberodiscrivere ® Edizioni Genova - € 10,00

by Maria Pina Ciancio

Etichette: , ,

Statistiche sito,contatore visite, counter web invisibile