16.7.07

Il viaggio di Federico Fellini

[pellicole -18]
(allo spirito “Felliniano” che alberga in me!)
Avrei voluto scrivere soltanto un breve scritto su “Il viaggio di G. Mastorna” come emblema dell’altro lato dell’universo Felliniano, o come avrebbe detto Jung sull’archetipo dell’Ombra, ma alla fine ha prevalso il mio aspetto logorroico e catalogatore… quindi ecco l’ennesimo malloppone!
LA VITA E’ UN LUNGO VIAGGIO!
Federico Fellini nasce su un treno, vicino ad una stazione di Rimini, il venti Gennaio 1920 da una famiglia di origine piccolo - borghese. Fin da piccolo dimostra un'attitudine nell'inventare storie e creare personaggi. Il disegno è un altro modo per dare forma alle sue fantasie, alimentate da una curiosità irrefrenabile. Diventa un avido divoratore di fumetti, Happy Holligan, Arcibaldo e Petronilla, Felix the Cat, Bibì e Bibò, pubblicati sul "Corriere dei Piccoli". Frequenta il liceo classico della città e comincia a fare i primi guadagni come caricaturista, realizzando ritratti di attori celebri per il gestore del cinema Fulgor. Nell'estate del 1937 fonda, in società con il pittore Demos Bonini, la bottega "Febo", dove esegue caricature per i villeggianti della riviera. Nel 1938, superati gli esami di maturità, pubblica alcune vignette su "La Domenica del Corriere" e collabora al settimanale politico-satirico fiorentino "420" con brevi racconti, rubriche e disegni, firmati con lo pseudonimo “Fellas”. Nel 1939 si trasferisce a Roma e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, ma non terminerà gli studi. Comincia a collaborare con il “Marc'Aurelio”, bisettimanale umoristico e satirico - politico di grande successo, pubblicando racconti a puntate e rubriche in serie. Fin dai primi tempi del soggiorno romano, frequenta il mondo dell'avanspettacolo e della radio. Inizia a lavorare come "gagman", scrivendo le battute di alcuni film interpretati da Erminio Macario. Grazie all'amico Ruggero Maccari, conosce il comico Aldo Fabrizi per il quale inizia a comporre sketch radiofonici e testi per spettacoli di varietà e film. Alla radio incontra, nel 1943, Giulietta Masina che sta interpretando il personaggio di Pallina, ideato dallo stesso Fellini, nella commedia “Le avventure di Cico e Pallina”. Nello stesso anno si sposano. Negli anni della guerra collabora alla sceneggiatura di una serie di film fra i quali: “Avanti c'è posto”, “Campo de' fiori”, e “Chi l'ha visto?”. Nel 1944, in una Roma appena liberata dalle truppe armate, Fellini apre un negozio di ritratti e caricature. L’anno dopo Fellini firma la sceneggiatura di “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, con il quale collaborerà anche alla sceneggiatura e alla realizzazione di “Paisà”. Insieme a Pietro Germi firma la sceneggiatura de
“Il cammino della speranza”, e “La città si difende”, invece con Alberto Lattuada “Il delitto di Giovanni Episcopo”, “Senza pietà” e “Il mulino del Po”. Sempre in collaborazione con Lattuada, esordisce alla regia all'inizio degli anni '50 con “Luci del varietà”. Nel 1952 dirige il suo primo film da solo: “Lo sceicco bianco”.
Con “I Vitelloni” nel 1953 viene conosciuto anche all'estero e vince il suo primo premio: Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1953 partecipa anche ad un progetto, messo in piedi da Zavattini: un film a episodi intitolato “L'amore in città” in cui Fellini dirige l'episodio “Agenzia matrimoniale”. Nel 1954 gira “La strada” e riceve il primo Oscar. L'anno seguente gira “Il bidone”. Il secondo Oscar arriva nel 1957 con “Le notti di Cabiria” alla cui scrittura dei testi partecipa anche Pier Paolo Pasolini. Nel 1960 gira “La dolce vita” con cui vince la Palma d'oro al Festival di Cannes. Nel 1962 Fellini presenta “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio di Boccaccio '70, altro film collettivo. Nel 1963 esce il film autobiografico “Otto e mezzo”, vincitore dell'Oscar come miglior film straniero e per i costumi. “Giulietta degli Spiriti” del 1965 è il suo primo lungometraggio a colori. “Toby Dammit”, episodio del film collettivo “Tre passi nel delitto” è del 1967. Poi gira “Fellini Satyricon” nel 1969. Sempre nella seconda metà degli anni sessanta, Fellini sperimenta sotto controllo medico LSD. Scrive il soggetto de “Il viaggio di G. Mastorna”, film che non girerà mai ma che rimarrà un caso unico nella storia del cinema. L'anno seguente dirige “Block-notes di un regista”. Nel 1970, collabora con la televisione realizzando “I clowns” per la RAI. Nel 1972 dirige “Roma”. Il 1973 è l'anno di un altro grande successo di Fellini: “Amarcord”, per il quale vince il quarto Oscar. Nel 1976 dirige “Il Casanova”. L'anno seguente è alle prese con “Prova d'orchestra” che verrà proiettato nelle sale cinematografiche nel 1979. Nel 1980 è la volta de "La città delle donne". Nel 1983 dirige “E la nave va” ed espone i suoi disegni in una mostra a Parigi. L'anno seguente gira uno spot pubblicitario per la Campari. Nel 1985 torna a dirigere la moglie, Giulietta Masina, nel film “Ginger e Fred”. Riceve il Leone d'oro alla carriera, alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1986 pubblica “Viaggio a Tulum” sul Corriere della Sera. Nel 1989 dirige il suo ultimo film: “La voce della luna”. Nel 1992 è di nuovo alle prese con la pubblicità, realizzando uno spot per la Banca di Roma. L'anno seguente riceve l'Oscar alla carriera a Los Angeles. Ad agosto del 1993 viene colpito da un attacco cerebrale al Grand-Hotel di Rimini. Muore il 31 ottore a Roma.

LE STORIE DI FELLINI
Fin da “Luci del varietà” del 1950, ossia dal suo primo film, Fellini racconta le storie, le vicende, un viaggio, la cui protagonista è Liliana, una bella ragazza di provincia, che vuole affermarsi nel mondo dello spettacolo. Fugge di casa e si unisce ad una piccola compagnia d'avanspettacolo. Il direttore, Checco, se ne innamora e la fa esordire immediatamente. E' un esordio fortunato, con tanti applausi, anche perché durante un numero a Liliana scivola un gonnellino. Alcuni giorni dopo la compagnia è invitata a casa di un ricco avvocato di paese, che tenta un approccio notturno con Liliana. Interviene Checco, geloso, e scatena una baraonda al termine della quale tutti i guitti vengono cacciati via. Checco e Liliana lasciano la compagnia alla ricerca di un ingaggio favorevole: l'unica offerta viene fatta a Liliana, ma la gelosia di Checco la fa saltare. Questi, con i soldi avuti in prestito dalla sua compagna Melina, anch'essa nella vecchia compagnia, tenta di formarne una nuova con altri artisti. Ma prima dell'esordio Liliana lo abbandona e firma un contratto con un altro impresario, colpito anch'esso dalla sua avvenenza. A Checco non resta che tornare con i vecchi compagni e con Melina, che lo ha perdonato. La compagnia è di nuovo insieme, e sta viaggiando in treno alla ricerca di qualche buona "piazza" quando nel vagone appare una bella ragazza. Checco la nota subito e la storia ricomincia. Ne “Lo sceicco bianco” Fellini tratteggia la storia di due sposi novelli, Ivan e Wanda, che sono in viaggio di nozze a Roma per l'anno Santo. Lui, pignolo e metodico, di famiglia borghese, ha già preparato un programma per il viaggio, con annessa visita al Papa. Lei, appena arrivata a Roma, lascia l'albergo per mettersi alla ricerca dello "sceicco bianco", il protagonista di una serie di fotoromanzi di cui è appassionata lettrice, al quale ha scritto decine di lettere. Wanda riesce a trovare il suo idolo sul set approntato a Fregene, dove stanno girando un nuovo episodio. La ragazza decide di unirsi alla troupe. Intanto Ivan, disperato, la sta cercando per tutta la città, nascondendo a parenti e amici romani, con bugie e complicati inganni, la fuga della moglie. Sulla spiaggia di Fregene Wanda, coinvolta in sgradevoli disavventure, scopre che il suo eroe è molto diverso da come lo aveva sognato: è un pover’uomo succube della moglie e il mondo dei fotoromanzi non è quello da lei immaginato. Delusa, tenta di uccidersi in maniera goffa gettandosi nel Tevere. Viene salvata e finalmente torna in albergo dal marito, appena in tempo per correre a San Pietro, dove li aspettano i parenti per la visita al Papa. Invece ne “I vitelloni” la vicenda prende avvio da una festa all’aperto in una cittadina della riviera romagnola. Riccardo si esibisce come cantante, ma un acquazzone interrompe il tutto causando un fuggi fuggi generale. Nella confusione salta fuori che Sandra, sorella di Moraldo, aspetta un figlio, quindi dovrà sposarsi con Fausto. Arriva l'inverno e riprende la vita monotona di provincia, gli amici di Fausto trascorrono le loro giornate tra caffé e scherzi puerili. Sono i "vitelloni", viziati e mantenuti dalle famiglie: Alberto, con il suo faccione da bambino, eterno buffone che si fa dare i soldi dalla sorella, Leopoldo, tutto preso da sogni di successi letterari, Riccardo, pigro e indolente e Moraldo, il più giovane e desideroso di lasciare tutti e andare a Roma. Di ritorno dal viaggio di nozze, Fausto accetta di lavorare: farà il commesso in un negozio di arredi sacri. Ma si mette a corteggiare la moglie del proprietario e Sandra, appena lo scopre, fugge di casa con la bambina da poco nata. Fausto e Moraldo, assieme agli altri amici, si mettono alla sua ricerca, ma lei non è lontana, è in casa del suocero, che punirà a cinghiate il figlio scapestrato. I "vitelloni" ricominciano la solita vita, fra delusioni famigliari e
professionali, solo Moraldo riesce finalmente ad andarsene. Sul treno immagina i suoi amici per i quali nulla cambia. Successivamente è “La strada” a continuare questo viaggio nelle storie dell’universo Felliniano, con le vicende di Zampanò che si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina, una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Diventata a forza la sua amante, Gelsomina, creatura sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Finiti in un circo, Gelsomina conosce il Matto, strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi, in un litigio, involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l'abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta, e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine: abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta. Ne “Il bidone”, Roberto, Picasso e Augusto sono tre specialisti del "bidone": truffano ingenui contadini a cui si presentano vestiti da preti, poi estorcono denaro a dei baraccati con la promessa di una casa ed infine, vendono a sprovveduti benzinai vecchi cappotti spacciati per nuovi. Sono insieme in una festa, quando Iris, moglie di Picasso, scopre la vera attività del marito. Anche la figlia di Augusto non sa quali loschi traffici compia il padre, è al cinema con lui quando una vittima di Augusto lo riconosce e lo aggredisce. Arrestato, finisce in galera. Ma appena fuori riunisce di nuovo la banda e ripete la truffa con il travestimento da cardinale. Alla vista di una ragazza paralitica, coetanea della figlia, viene preso dai rimorsi e vorrebbe restituire il maltolto. Poi ci ripensa e cerca di truffare gli altri della banda. Allora scoppia una rissa e Augusto, cercando di fuggire, cade in un burrone spezzandosi la spina dorsale. I compari non lo soccorrono, arraffano i soldi e fuggono. Augusto muore in un'agonia lenta e atroce. “Le notti di Cabiria” narrano le vicende di Cabiria che è una prostituta dall'esistenza infelice. Ha rischiato di essere uccisa da un amico per i suoi soldi, un celebre attore si fa beffe di lei e persino le sue compagne di strada si divertono alle sue spalle. Sconfortata, si reca al santuario del Divino Amore e presa dall'enfasi di una cerimonia religiosa, prega anch'essa, che un miracolo le faccia cambiare vita. E il miracolo sembra avverarsi. Infatti dopo che un illusionista le ha predetto un futuro roseo, Cabiria incontra Oscar, che le dichiara il suo amore, lei lo ricambia affidandogli i suoi risparmi. Ma Oscar è interessato solo a questi, e tenta addirittura di ucciderla. Cabiria riesce ancora una volta a scamparla e si rende conto che è la sua ingenuità a complicarle la vita. Disperata, vaga in un bosco, di notte, dove incontra un gruppo di giovani allegri e felici. E Cabiria ritrova il sorriso, smette di piangere, pronta a riprendere la sua strada. Con “La dolce vita” Fellini racconta la storia di un giornalista di un rotocalco scandalistico, Marcello che spera di poter diventare un giorno uno scrittore serio. Nel frattempo si trova completamente immerso nella "dolce vita" romana, tra avventure sentimentali con un'aristocratica sempre alla ricerca di emozioni nuove, il tentato suicidio di Emma, la compagna che lo opprime con la sua gelosia, e il vano corteggiare Sylvia, celebre ed esplosiva diva dello schermo che si esibisce in un sensuale bagno nella Fontana di Trevi. Poi, la falsa visione della Madonna inventata da due bambini e l'incontro con un raffinato intellettuale, Steiner di cui Marcello ammira la famiglia e quella che crede un'esistenza ideale. Ma Steiner si toglie la vita, dopo aver ucciso i figlioletti. Le vicende esistenziali di Marcello si susseguono senza sosta: il malore del vecchio padre che è venuto a trovarlo, l'abbandono di Emma. Dopo l'ennesima orgia notturna, all'alba gli stanchi e stralunati partecipanti trovano la carcassa di un mostro marino arenatosi sulla spiaggia. Su “Otto e mezzo” sono state spese miliardi e miliardi di parole. In breve Guido Anselmi è un famoso regista alla ricerca di riposo e di un po' di evasione in una rinomata stazione termale. Realtà e immaginazione si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe dargli cura e distensione si popola dei personaggi che fanno parte della sua vita. L'arrivo dell'amante Carla, poi di Luisa, la moglie, e dell'attrice Claudia, mitico simbolo di puri sentimenti, e contemporaneamente i colloqui con il produttore, i tecnici, con gli abituali frequentatori delle Terme, veri o irreali che siano, aumentano la confusione di Guido e fanno venire a galla i ricordi più lontani della sua vita: il collegio, i suoi genitori, che poi incontrerà, ormai morti da tempo, in un cimitero. Guido è in crisi, forse dovrà rinunciare al film a cui sta lavorando. Quando ormai sta abbandonando definitivamente il progetto del nuovo film, sul set dimesso appaiono di nuovo i personaggi della sua vita: Guido in mezzo a loro con il megafono impartisce ordini, e tutti obbediscono in armonia e si danno la mano, formando una catena che sfila gioiosa sulle note della marcetta dei gladiatori. “Giulietta degli spiriti” prende le mosse da una villa di Fregene, in cui una ricca signora borghese, Giulietta, trascorre l'estate. In occasione dell'anniversario del suo matrimonio con Giorgio, viene organizzata una festa durante la quale si svolge una seduta spiritica. Si evocano fantasmi erotici e scurrili e le offese di uno di questi, assieme al dubbio che Giorgio la tradisca, mettono in crisi di identità Giulietta. Non ha nessuno con cui confidarsi: è sola con le sue contraddizioni, tra il perbenismo bigotto e la tentazione di vivere senza inibizioni. Una vicina di casa, Susy, l'invita nella sua villa. Qui Giulietta può finalmente lasciarsi andare, visto che ha avuto le prove del tradimento del marito. Ma i sensi di colpa la fanno fuggire e visioni contrapposte quasi sconvolgono la sua mente. Con l'aiuto di una psicoanalista riesce a reagire: affronta una vera e propria battaglia con i suoi condizionamenti, le tentazioni, i fantasmi. Alla fine, vittoriosa e in abito bianco, va incontro al vento che impetuoso soffia dal mare. Successivamente è la storia di un giovane attore inglese, Toby Dammit, alterato da droga e alcool che arriva a Roma. Sarà lui il protagonista del primo western cattolico. E' subito circondato da fotografi, giornalisti, produttori e persino ecclesiastici. Tutto è pronto per celebrare l'avvenimento. Ma lui è insensibile a quanto lo circonda: feste, sfilate di moda, premiazioni. Niente lo scuote dalla sua apatia. Solo quando una misteriosa bambina gli lancia per gioco una palla, Dammit sembra reagire. Durante l'ennesimo ricevimento insulta i presenti e fugge via sull'automobile regalatagli dai produttori. Comincia una corsa sfrenata a folle velocità per il centro e la periferia di Roma in cui non si accorge di alcuni segnali di pericolo e un cavo d'acciaio gli tronca di netto la testa, che rotola in un prato. La bambina la raccoglie come fosse un pallone. “Fellini Satyricon” racconta di due giovani romani, Ascilto ed Encolpio, che sono innamorati dell'efebo Gitone. Ascilto lo ruba ad Encolpio e lo vende a Vernacchio, attore di scurrili pantomime. Encolpio riesce a riprendersi Gitone e con lui si rifugia in un palazzo, dimora di viziosi. Arriva anche Ascilto, e Gitone rivela che è lui il "preferito". Encolpio immagina il suicidio, ma un terremoto distrugge il palazzo. Scampato il pericolo, Encolpio incontra il vecchio poeta Eumolpo che lo accompagna da Trimalcione, uno schiavo liberato e arricchito. Durante la festa nella sua villa, il vecchio poeta viene bastonato a sangue e Trimalcione si fa vanto di mostrare la sua tomba. Encolpio, fatto schiavo, ritrova sulla nave del pirata Lica, Gitone e Ascilto. Gitone è costretto ad accoppiarsi con una bambina mentre Encolpio, sconfitto in duello da Lica, diviene suo sposo. Le peripezie dei tre continuano: Encolpio diventa impotente, viene curato con il fuoco sacro di Enotea, si batte con il Minotauro. Poi, quando Ascilto muore, si imbarca sulla nave di Eumolpo, diretta in Africa, e rifiuta, alla morte del vecchio poeta, di cibarsi delle sue membra, rinunciando così a divenirne erede. “I clowns” si ambienta in un circo. Il montaggio di un tendone da circo viene osservato con curiosità da un bambino. La vista dei clown gli ricorda alcuni personaggi della vita reale. Fra gli altri una energica monaca nana, il capostazione "Cotechino" tutto preso dal suo ruolo, il vetturale "Madonna" che litiga continuamente con i colleghi, "Giudizie" che rifà la prima guerra mondiale. Poi l'azione si sposta ai giorni nostri: Fellini, all'interno di un'inchiesta televisiva, si mette alla ricerca di vecchi clown per ascoltare i loro ricordi. Dopo aver visitato il circo di Liana Orfei, Fellini e la sua troupe vanno a Parigi, dove intervistano uno scrittore che si occupa in particolare della storia dei clown. Assieme allo scrittore, Fellini rintraccia vecchi pagliacci, i pochi sopravvissuti a un mondo che non c'è più. Il regista filma i loro volti ormai invecchiati e tristi. L’incipit di “Roma” è la Rimini degli anni Trenta in cui un ragazzo ospite di un collegio di religiosi immagina Roma descritta dai suoi insegnanti e dalla retorica del regime fascista. Nel 1939, a venti anni, parte per la capitale e scopre il suo vero volto: i piccoli personaggi di una pensione popolare, le trattorie all'aperto, i bambini nelle strade. Poi si passa al 1972, agli ingorghi del raccordo anulare, con Fellini che gira un film in una città colma di turisti, tra i giovani che lo rimproverano per il suo disinteresse per la politica. Torna alla memoria l'immagine di un teatrino d'avanspettacolo rionale, con il pubblico vociante in fuga per un allarme aereo. Poi la scena si sposta nella galleria della metropolitana in costruzione, quando la scoperta di reperti archeologici fa sospendere i lavori. Quindi gli hippie di Piazza di Spagna, e la fauna variegata dei frequentatori, ricordo ormai lontano, dei bordelli degli anni quaranta. C'è anche una sfilata di moda ecclesiastica, una festa popolare a Trastevere, la confusione generale, con la polizia che manganella e i motociclisti rombanti nella notte. “Amarcord” parte ancora una volta dalla Rimini degli anni trenta in cui l'adolescente Titta cresce fra educazione cattolica e retorica fascista. Suo padre, Aurelio, è un capomastro anarchico e antifascista. Sulle sue spalle oltre i due figli, la moglie e l'anziano padre, piuttosto arzillo, vive anche il cognato sbruffone e perdigiorno e lo zio "Pataca". Suo fratello Teo è invece chiuso in manicomio. La cittadina è popolata da personaggi singolari, come “Volpina” la ninfomane, “Giudizio” il matto, “Biscein” il fanfarone, l'avvocato dalla retorica facile, il motociclista esibizionista, il cieco che suona la fisarmonica. Titta frequenta il liceo cittadino, dove le interrogazioni si alternano agli scherzi a insegnanti e compagni. La sua vita erotico - sentimentale si divide fra l'inarrivabile “Gradisca”, i grossi seni della tabaccaia e i balli d'estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. Con il borgo condivide il trascorrere delle stagioni, con i fuochi per festeggiare l'arrivo della primavera e gli eventi, il passaggio della Mille Miglia e quello del transatlantico Rex e la visita del gerarca fascista. La morte della madre e il matrimonio di “Gradisca” segnano la fine della sua adolescenza. “Il Casanova” descrive le vicende del noto libertino Gian Giacomo Casanova. L’incipit è dato dalla festa durante il carnevale di Venezia in cui Casanova accetta di mostrare la sua valenza amorosa con suor Maddalena e compiacere così l'amante guardone della donna, l'ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall'Inquisizione con l'accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d'Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell'immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore. Fra i suoi amori c'è quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e lo abbandona. A Roma partecipa a una gara amatoria con un popolano, vincendola.
A Roma incontra anche il Papa e la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, l'impiego come bibliotecario, il suo fascino svanito, l'oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano. Con “Prova d’orchestra” Fellini racconta le vicende all'interno di un antico oratorio in cui si svolgono le prove di un concerto sinfonico. Gli strumentisti arrivano a gruppetti e prendono posto. Ci sono anche, in un angolo, i rappresentanti sindacali. Un giornalista televisivo intervista i musicisti: ognuno parla del suo strumento e delle sue esperienze. All'arrivo del maestro, che si esprime con spiccato accento tedesco, la prova inizia con calma. Poi all'improvviso si interrompe per le proteste degli orchestrali. Il direttore abbandona la sala per il suo camerino dove lo segue il giornalista per intervistarlo. Intanto nell'oratorio è la rivoluzione. Tutto viene contestato, dal direttore agli spartiti, l'anarchia e il disordine regnano, con le pareti imbrattate da scritte e simboli di rivolta. D'un tratto l'edificio inizia a tremare, scosso da colpi sempre più forti finché una gigantesca palla di acciaio non sfonda i muri e nel crollo muore l'arpista. Dopo momenti di confusione e grida di terrore torna il silenzio e la prova riprende. Di nuovo sul podio, il direttore d'orchestra impartisce i suoi ordini, come un dittatore. “La città delle donne” inizia con un treno che attraversa la campagna. In uno scompartimento sonnecchia Snàporaz, un distinto cinquantenne. Appare un'avvenente sconosciuta e l'uomo la segue. Nella toilette i due iniziano a flirtare, poi la donna scende all'improvviso dal treno, in un paesaggio misterioso. E dietro lei, Snàporaz. Al Grand Hotel Miramare si sta svolgendo un convegno internazionale di femministe. Mentre continua la ricerca della misteriosa passeggera, Snàporaz, scambiato per un giornalista, viene aggredito. Salvato da una soubrette sui pattini, nella fuga scivola per le scale e piomba nelle cantine, dove incontra un donnone che, in moto, lo accompagna alla stazione ma che non appena si trovano in aperta campagna, cerca di violentarlo. E Snàporaz fugge ancora inseguito da donne inferocite. Si rifugia nel castello del dottor Katzone, suo ex compagno di scuola intento a festeggiare la sua carriera di libertino. Qui incontra sua moglie che, ubriaca, lo copre di insulti, e la soubrettina salvatrice. Dopo aver ripercorso alcune tappe della sua educazione sentimentale, viene catturato dalle femministe. La sua mongolfiera dalle forme di donna viene sgonfiata a colpi di mitra. Mentre sta precipitando, Snàporaz si risveglia in treno, seduto davanti alla moglie, poco prima che il convoglio imbocchi un lungo tunnel. “E la nave va” è la storia di un transatlantico, Gloria N., pronto a salpare. Siamo nel porto di Napoli, è il luglio del 1914. Intorno al molo una folla di scugnizzi e venditori ambulanti, mentre in fretta giungono i passeggeri per imbarcarsi. Arrivano anche le ceneri di una famosa cantante, Edmea Tetua, è per spargere queste in mare che è stata organizzata la crociera verso Erimo. A bordo c'è anche un giornalista, Orlando, che intrattiene i passeggeri, in gran parte cantanti, direttori d'orchestra, ammiratori di Edmea. Una cantante vuole carpire i segreti della sua bravura, un nobile italiano trasforma la sua cabina in un tempio dedicato ad Edmea. Dalla stiva sale il fetore insopportabile di un rinoceronte, che poi viene issato sul ponte e lavato. Vengono raccolti naufraghi serbi fuggiti dopo l'attentato di Sarajevo. La vita a bordo si anima, finché giunti in vista di Erimo le ceneri di Edmea sono sparse in mare. Un serbo lancia una bomba contro una nave da guerra austro ungarica e questa cannoneggia la Gloria N. che affonda, anche l'ammiraglia austro ungarica cola a picco esplodendo. Il giornalista Orlando si ritrova su una scialuppa di salvataggio assieme al rinoceronte, che rumina placidamente.
“Ginger e Fred” parte dalla stazione Termini in cui scende Amelia, ex ballerina soprannominata "Ginger", vedova e proprietaria di una piccola industria. Deve apparire in televisione per ballare, trent'anni dopo, col suo vecchio partner Pippo, in arte "Fred". E' il periodo natalizio, c'è una grande confusione. Ginger sale su un pulmino dove incontra strani personaggi, arriva in un grande albergo dove tutto il personale è davanti alla tv, preso da una partita di calcio. Fred non è ancora arrivato, e Ginger scende in strada, dove viene circondata da un gruppo di motociclisti minacciosi. Torna in stanza, sente russare e scopre che è Fred, invecchiato, ridotto a male, che ha accettato di partecipare allo show soltanto per soldi. I due vorrebbero almeno provare il loro vecchio numero, ma non ci riescono per la confusione degli strani personaggi, ospiti, come loro, della trasmissione “Ed ecco a voi”. Alla fine ci riescono ma è un disastro. Solo i complimenti del presidente della tv li convincono a partecipare allo spettacolo: quando tocca a loro è un successo. Alla stazione, nel momento della partenza, vengono riconosciuti e firmano autografi. Poi, dopo che Fred ottiene un po' di soldi in prestito da Ginger, si separano. Lei parte. Le luci dei binari si spengono e resta solo la tv con i suoi martellanti spot pubblicitari.
“La voce della luna” inizia di notte, c'è la luna piena. Ivo Salvini è attratto da una voce, si affaccia a un pozzo, poi un gruppo di uomini che attraversa la campagna lo incuriosisce. Li segue e assiste da dietro le persiane allo spogliarello della zia di uno di loro. Questi si accorge della sua presenza e lo caccia perché non ha pagato. Arriva un amico di Ivo e insieme se ne vanno. Seguono strani incontri e in uno di questi la nonna di Ivo gli dice che "ricordare è bello, più che vivere". In un'altra notte, di pioggia, Ivo riesce a contemplare il volto della sua amata mentre dorme finché questa, svegliatasi, lo caccia via. La mattina dopo nella piazza del paese c'è grande confusione di venditori ambulanti e frotte di turisti giapponesi che fotografano tutto. Ivo si rifugia su un tetto, la folla pensa che voglia suicidarsi, poi i vigili del fuoco lo salvano. Intanto i fratelli Micheluzzi cercano di catturare la luna, che si dice dia ordini a piccoli diavoli sulla terra. Ci riescono e tutto il paese vuole vedere la luna prigioniera. E' la televisione, su un grande schermo, che proietta le immagini. Un uomo gli spara e lo schermo si spegne. Allora la piazza si svuota e Ivo, rimasto solo, ascolta la luna.
IL VIAGGIO DI G. MASTORNA
Questa è la storia inquietante di un film maledetto sull’aldilà, concepito nel ’65 ed in effetti mai girato. In breve, Giuseppe Mastorna, orchestrale emiliano - romagnolo, in volo da Amburgo verso Firenze per un concerto, a causa di un violento temporale, fa un atterraggio d’emergenza sulla gigantesca piazza di una città nordica tedesca, proprio ai piedi di una imponente Cattedrale gotica. Il protagonista si trova in una situazione sempre più incerta e sfuggente, fino al momento in cui si rende conto di essere morto assieme a tutti i passeggeri nello schianto dell’aereo. E qui inizia una serie di prove sempre più angosciose. Questa è, molto in sintesi, la trama di un film mai realizzato da Fellini, che diventa una preziosa chiave d’accesso all’altro lato dell’universo Felliniano. Fellini diede forma fumettistica al soggetto e alla sceneggiatura, con alcune variazioni rispetto alla storia originale. Disegnò anche lo scenario, le ambientazioni, i mobili, i costumi e le facce dei personaggi. Come tocco finale Fellini decise di allungare il titolo: “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet”, che è un tipico nome da clown.
Infatti afferma lo stesso autore: “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet” è sempre un film, solo che a fumetti. Le matite, gli inchiostri di china, le mezzetinte, i pennelli dell'amico Manara sono l'equivalente delle scenografie, dei costumi, delle facce, degli attori, degli arredamenti e delle luci con i quali racconto le mie storie nei film. Con un ragguardevole vantaggio in più: che forse costano un po' meno. E a voi, cari spettatori, che andate sempre di meno al cinema, auguro buona lettura e buon divertimento. Se poi vi decideste di tornare al cinema, non escludo che Mastorna Fernet riappaia sul grande schermo".
La storia comparve sulla rivista "Il Grifo" nel 1992 e avrebbe dovuto svilupparsi in un fumetto dalle tre puntate, ma si concluse alla prima. Le puntate successive avrebbero dovuto raccontare questo viaggio, ma tutto finì perché una mattina Fellini ricevette una telefonata dal suo amico scrittore Ermanno Cavazzoni che si complimentava per la storia aggiungendo che trovava il finale davvero sorprendente e perfetto. Va spiegato che per una svista, alla fine della storia era venuta fuori la parola "Fine" e non "Fine della puntata", come avrebbe dovuto essere e considerando il valore scaramantico che Fellini attribuiva a questi segni, si capisce perché la storia non sia andata avanti, così come il film non è mai stato realizzato per una serie impressionante di disguidi, contrattempi, incidenti, o per la semplice impossibilità dell'autore. Quindi Giuseppe Mastorna è un violoncellista che si trova in volo su un aereo, in mezzo a una tempesta di neve. Dopo un atteraggio d'emergenza, alcuni prodigi gli capitano sotto gli occhi, Mastorna viene accompagnato in un albergo. Salito nella sua camera accende il televisore e una giornalista dà la notizia di un disastro aereo senza superstiti. L'annuncio è dato in tedesco, lingua che Mastorna non capisce, fatto sta che per lui è già cominciato il viaggio nell'aldilà. “Il viaggio di G. Mastorna” è una storia coinvolgente dagli aspetti curiosi: film più volte ripreso e mai finito per la confusione sul ruolo del protagonista ed i contrasti col produttore. Infine anche alcuni significativi risvolti personali di Federico Fellini condizionarono lo sviluppo dell’idea di fare questo film fra cui la morte del suo personale psicoanalista junghiano. Dunque questo film rappresenta l'eterno progetto felliniano, il film non fatto più famoso della storia del cinema. Il musicista solitario, l'instancabile viaggiatore G. Mastorna avrebbe avuto il volto di un Mastroianni un po' trasandato e sognante. Si ha l'impressione che il viaggio fosse davvero pronto per incominciare. Ma non iniziò mai. Pare che tra gli ostacoli che bloccarono il progetto oltre a quelli su menzionati c’era anche la difficoltà di creare un set che visualizzasse l'altra dimensione, quell'aldilà in cui il viaggio si svolge e che vi fosse anche una funesta premonizione fatta al regista da un parapsicologo. Ma soprattutto, mentre ci stava lavorando, Fellini fu colpito da malattia improvvisa, diagnosticata come male incurabile. Grazie alla visita di un ex compagno di classe, nel frattempo divenuto medico, Fellini uscì dall'incubo. Questi infatti ipotizzò, a ragione, che si trattava di una pleurite allergica. Il regista guarì perfettamente ma lesse l'episodio come un segno a non procedere nella sua esplorazione dell'aldilà e non tornò più sul Mastorna, anche se non abbandonò mai completamente il progetto.
Affermava Fellini: "Alla fine di ogni film il suggestivo fantasma si ripresenta come per chiedermi di essere realizzato, e ogni volta accade qualcosa che lo fa riaffondare, glorioso relitto, nelle profondità abissali dove giace e da dove, prodigiosamente, continua a mandare fluidi, correnti radioattive che hanno nutrito i film che ho fatto al posto suo. Sono sicuro che senza il Mastorna, non avrei immaginato il “Satyricon”, o almeno non lo avrei immaginato così come poi l'ho realizzato, né “Il Casanova”, e nemmeno “La città delle donne”. E anche “E la nave va” e “Prova d'orchestra” hanno un piccolo debito con Mastorna. La cosa strana è che quella storia pur essendosi generosamente dissanguata in tanti miei film, rimane miracolosamente integra nella sua struttura narrativa, non si è rimpicciolita né scarnificata, ed è sempre la più attuale di tutte le storie che posso immaginare".
Magia e mistero emanano dalle immagini, frammenti di una storia dai contorni indefiniti. Un progetto che il grande regista accarezzò per quasi trent’anni, senza mai poterlo, o forse volerlo, portare a termine. Storia maledetta, nata per non essere raccontata, Il viaggio di Mastorna Felliniano nato nel 1965, all’indomani dell’uscita di “Giulietta degli spiriti” e scritto da Dino Buzzati e Brunello Rondi è un film che è rimasto dentro al cuore di Federico Fellini che ha provato ad uscire ma che è morto con lui, forse prima di lui, quel film doveva essere un lungo viaggio, “Il viaggio di G.Mastorna detto Fernet”.
Infatti afferma il nostro regista: "Se per cortesia, per stanchezza, per amicizia, o per vanità mi mettessi a chiacchierare sul Mastorna e dicessi che ancora una volta è un viaggio, immaginato, sognato, un viaggio nella memoria, nel rimosso, in un labirinto che ha un'infinità di uscite, ma solo un'ingresso e quindi, il vero problema non è uscire, ma entrare, e spudoratamente continuassi a snocciolare definizioni e proverbi, non credo riuscirei a suggerire il senso del film, che io per primo non so cos'è. E' il sospetto di un film, l'ombra di un film, forse anche un film che non so fare".
Fellini morendo, non poteva non lasciare la leggenda di un film che nonostante fosse stato sempre presente, sin dai primi suoi progetti, non fu mai realizzato. Un film viaggio verso la morte, un viaggio nel mondo dell’al di là. A volte immagino una risata sghemba e divertita di Fellini Mastorna che dica: “non preoccupatevi che nel viaggio nell’aldilà non si rimane bloccati … ma s’ torna!"
by Mariano Lizzadro

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