7.2.07

Antieroi, solitudini e surrealismo nel cinema di Paolo Sorrentino

[pellicole -11]
ai miei cari amici Tonia Bruno e Gianluca Lagrotta

Paolo Sorrentino
, giovane regista e cineasta napoletano, autore di gallerie di personaggi strampalati, si distingue nel panorama cinematografico europeo grazie al suo stile innovativo ed eccentrico. Coacervo di storie di antieroi, di solitudini e di personaggi surreali, il cinema di Paolo Sorrentino può essere collocato all’interno del nuovo cinema europeo, in compagnia di pochi altri registi italiani tra cui Emanuele Crialese e Matteo Garrone. Sorrentino ha esordito come regista con “L’uomo in più”. Ambientato a Napoli negli anni Ottanta, la trama di questo film, nasce e si dipana sull'omonimia tra due uomini le cui vite, parallele per tanti aspetti, si incrociano per un breve ma significativo istante. Tony Pisapia è un affermato cantante di musica leggera, che dopo un concerto, in preda all'euforia, seduce una ragazzina, viene sorpreso dalla moglie e dalla figlia, arrestato e incarcerato per stupro di minorenne. Nello stesso anno Antonio Pisapia, stopper in una squadra di serie A, segna un favoloso gol in semirovesciata che vale l'ingresso in Coppa Uefa alla sua squadra. La sua carriera è in ascesa quando, in allenamento, si rompe i legamenti ed è costretto a smettere. Poi con un salto temporale di quattro anni vediamo Tony, assolto dalla legge senza rapporto con il pubblico e nessuno lo chiama più, col suo manager che riesce a trovargli solo esibizioni in paesini di provincia. Antonio che ha preso il tesserino di allenatore, ha voglia di mettere in pratica certi suoi schemi, ma nessuno gli dà fiducia e finisce per provarli in modo ossessivo dentro casa. La moglie lo lascia, Antonio ha poi una relazione con un’altra donna. Ma il suo equilibrio è ormai precario. Per riorganizzarsi, Tony cerca di acquistare un ristorante, ma la malavita arriva prima di lui. Tony e Antonio si incrociano al mercato. Tony poi lo telefona ma non lo trova. Deluso e sfiduciato, Antonio si spara. Tony si fa operare ad una cisti, poi va dal presidente della squadra di calcio di Antonio e lo uccide. Inseguito, sale su una barca e si getta in mare. Poco dopo aver cucinato pesce, la sua specialità. Dunque due personaggi all'apice del successo, incidenti di percorso ed infine triste ed inesorabile arriva il declino. Tony Pisapia, è egocentrico, sbruffone, sicuro di sé. Antonio Pisapia, è riservato, ingenuo, riflessivo, con il sogno di uno schema ideale da adottare in campo una volta diventato allenatore; quello dell'uomo in più, per l'appunto. Il destino vuole che il primo paghi la sua passione per il genere femminile in una relazione scoperta con una minorenne, e che l'altro subisca la frattura dei legamenti del ginocchio. Porte chiuse quindi per entrambi e un lungo periodo di oblio, un lento scorrere del tempo, un trascinarsi degli eventi che sempre più li porta ad uno stato di completa apatia. E infine l'incontro tra i due, solo uno sguardo interminabile, che si rivela liberatorio, con esiti differenti, per entrambi. Questo film non lascia indifferenti ma suscita una sensazione di incompiuto. Costruito intorno ad eventi surreali in cui un doloroso passato ritorna facendo capolino nei sensi di colpa dei protagonisti, il film è incentrato sulla difficoltà di rigenerarsi, sull'impossibilità di trovare una collocazione quando si diventa un uomo in più ossia un relitto sociale, sull'inutilità che pervade le vite dei due protagonisti. Non un film sul calcio nonostante le partite, gli imbrogli e gli allenamenti; né sullo spettacolo, anche se molte scene sono ambientate in discoteche con la disco music dell'epoca, tra cocktail e droghe e nemmeno un film sulla opulenza degli anni Ottanta. L'uomo in più è un ritratto dell'imprevedibilità dell'esistenza, delle coincidenze che legano persone e fatti apparentemente lontani. Una storia di doppi che in fondo non lo sono veramente se non per i nomi e per una comunanza nella tragicità di alcuni eventi, che sconvolgono le loro vite. I due personaggi sono in realtà due opposti. Periodo di eccessi e spesso di cattivo gusto, in un effimero boom economico, gli anni ottanta sottolineano ancor più la disperazione, la tristezza e la malinconia dei due personaggi. Gli stessi sentimenti di tristezza e malinconia si ritrovano anche nel personaggio principale de
Le conseguenze dell’amore”, secondo film di Paolo Sorrentino. Il personaggio principale, Titta Di Girolamo infatti vive da otto anni, in completa solitudine, in un albergo svizzero. Di origine del sud Italia, chiuso e riservato, trascorre le proprie giornate tra la hall ed il bar dell'albergo, vestito elegantemente e fumando sigarette. Sono rare le variazioni rispetto a questa routine e quelle poche, la visita del fratello minore che non vedeva da anni, lo infastidiscono. Malgrado la sua ostentata indifferenza a tutto, egli finisce per essere intrigato dalla ragazza del bar, Sofia. A lei, confessa la propria misteriosa attività: in Italia era un commercialista di successo, ma ha commesso un errore. Il cliente era la mafia, che lo ha condannato ad una sorta di esilio in cui è costretto a stare inattivo, salvo ricevere periodicamente una valigia di denaro contante, portarla in banca e depositarla. Ben presto, Titta s'accorge che l'amore per la giovane è impossibile: ma lo è anche tornare all'andazzo di prima. Dunque un albergo in Svizzera, con un signore distinto che ha un pacchetto di sigarette sempre a portata di mano, un taccuino e la sua solitudine. Poi irrompe in scena una ragazza che lavora in quell’albergo. Un film sulla sfortuna, quella che traccia il destino, tipica degli antieroi. Titta di Girolamo, uno "che di frivolo possiede solo il nome" come afferma lo stesso protagonista, vive da anni in un albergo lussuoso e sembra essere un uomo d'affari. In realtà ha un segreto, un buon nascondiglio nel suo televisore e delle strane amicizie. Un individuo debole e potente al tempo stesso, ricco di un carisma che si sgretola sotto la spinta dell'infelicità.
Un colletto bianco delegato a gestire un lavoro sporco con se stesso, in una terra di confine, la cui condanna è quella di scrutare l'orizzonte senza fantasia della sua coscienza. Un film sull'inadeguatezza e sul vuoto esistenziale del suo protagonista, un esule della mafia costretto a vivere in un albergo svizzero, dove fa da intermediario in operazioni di riciclaggio di denaro sporco. A dispetto del titolo, "Le conseguenze dell’amore" è un film sulla negazione dei sentimenti in cui ad un certo punto accade un fatto, una cosa. E’ una cosa piccola, eppure enorme. Strafatto di eroina, Titta rivela il suo segreto alla ragazza che si chiama Sofia. Titta passa le sue giornate nella hall a fumare sigarette e ad osservare chi gli sta attorno, condannato ad un'atroce routine in cui è stato ingabbiato dal suo segreto inconfessabile. Molto bello il personaggio di Sofia cameriera del bar dell'albergo, giovane fanciulla di una bellezza ordinaria ma, al tempo stesso, dalla presenza così leggiadra da rompere la tranquilla monotonia della vita di Titta, il quale verrà messo di fronte a quelle conseguenze dell'amore di cui parla il titolo. Da antologia il finale in cui Titta si immerge completamente nel cemento, ed è come se anche noi affondassimo con lui. In una non vita come la sua, in cui ogni contatto umano è ridotto all’essenziale o forse meno, il minimo slittamento emotivo, come può essere la fatale infatuazione per la giovane Sofia, può far crollare tutta l’impalcatura della propria esistenza come fosse un castello di carte. Titta è un uomo che s’è ridotto ad essere una specie di statua animata: nel senso che si muove come sospinto da una forza che non gli appartiene e ogni suo gesto è veicolo della sua sofferenza. Titta Di Girolamo ha il suo destino che, inesorabile, lo inghiotte e l’unico gesto di ribellione a questo destino, lo compie a un certo punto, appunto confidando il suo segreto e metaforicamente aprendosi alle possibilità dell’amore e della vita, prima di venire risucchiato nel cemento della morte. Dunque cosa hanno in comune gli omonimi Pisapia e Titta Di Girolamo? O meglio esiste un trait d’union, una sorta di filo immaginario e conduttore in queste prime opere di Paolo Sorrentino? Potrebbe essere la condizione del transito, in cui una situazione cambia e si viene inseriti in un tortuoso processo di trasformazione.
I primi due film di Paolo Sorrentino sembrano delle fotografie di rotture di vite umane che poi precipitano in rovina in conseguenza dei cambiamenti. Dopo essere sprofondati nella disgrazia avviene un totale distacco da una realtà che emargina ed isola. E a questo punto che s’innesta la reazione spropositata di questi personaggi con cui si ribellano alla propria tragica parabola esistenziale. C'è un’accorata e sentita fratellanza con i poveri della terra in questo voler offrire loro un ultimo motivo di riscatto, un ultimo slancio vitale. L'apparenza dunque inganna: l’ambiguità di questi personaggi è capace di svelarne il lato umano, un senso di fiducia nell'uomo, nonostante una “sorta” di individualismo. Dunque una generosità egoistica, che appartiene un po’ a tutti noi comuni mortali così come a questi antieroi, personaggi in solitudine, attori di storie surreali dei film di Paolo Sorrentino.

by Mariano Lizzadro

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3 Comments:

Anonymous Catastrofe said...

Penso che Sorrentino sia l'UNICO regista in Italia che in questo momento storico abbia qualcosa da dire. Anzi da MOSTRARE.
Complimenti per il bel blog.

P.s. Muccino deve morire stritolato da un boa constrictor.

12:00 PM  
Anonymous alessandrapigliaru said...

Bellissima recensione dedicata ad uno dei registi che, insieme a Garrone, possono essere considerati veri Autori del cinema italiano contemporaneo. Anch'io ho scritto una recensione su Le conseguenze dell'amore, film splendido. Complimenti ancora, ciao :)

3:30 AM  
Anonymous Mapi said...

Grazie Antonella dei tuoi commenti e delle tue belle letture.
Un abbraccio Mapi

11:09 AM  

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